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I traditori di Tolkien

Ovvero.

Come mettere la camicia nera alla narrativa

Il 20 gennaio 2003 a Pavia alcuni attivisti del Centro Sociale Barattolo vengono aggrediti da militanti di Forza Nuova incontrati al cinema.

Il film che veniva proiettato in quell’occasione era il Signore degli Anelli.

Che cosa può portare dei picchiatori neofascisti alla proiezione del film tratto dall’omonima opera di Tolkien?

Per capirlo dobbiamo andare a guardare nel passato della destra italiana.

Giugno 1977, nel pieno delle mobilitazioni operaie e studentesche, del conflitto sociale generalizzato, dell’onda lunga e montante del ’68: il neofascismo italiano è rappresentato innanzitutto dal Movimento Sociale Italiano (MSI), casa madre da cui si muovono tutte le anime dell’estrema destra.

Tra queste si distingue una componente di base “movimentista” (che cerca di imitare scimmiescamente la sinistra extraparlamentare) che finisce per uscire dal MSI in rottura con il padre-padrone Almirante e dare vita a vari gruppi (Ordine Nuovo, Terza Posizione, etc.).

È da quest’area che nascono i Campi Hobbit, che mischiano il “tradizionale” aspetto paramilitare a  iniziative “controculturali” su modello della Nuova Sinistra (non a caso si parlerà di Nuova Destra).

Fra i gruppi che suonano a questi raduni, fra gli altri, ne troviamo uno che si chiama “La Compagnia dell’Anello”.

campohobbit2Proprio in quelli anni il Signore degli Anelli (che da adesso per semplicità citeremo con l’abbreviativo SdA) di Tolkien viene infatti tradotto in italiano per i tipi dell’editore Rusconi, un conservatore, con un direttore responsabile di destra, Alfredo Cattabiani, con curatori di destra, come Quirino Principe, e una prefazione di un transfugo della sinistra quale Elémire Zolla.

Se ‘tradurre’ significa anche ‘tradire’, in questo caso la traduzione è stata completa.

I traduttori/traditori italiani di Tolkien adoperano una strategia di cui era maestro Julius Evola, indiscusso riferimento teorico del neofascismo: nell’introdurre un autore in Italia, costruire attorno ad esso un proprio discorso – un’impalcatura ideologica diciamo – approfittando del fatto che esso non è conosciuto diversamente.

Il caso di Tolkien rende l’idea di questo modo di agire della destra e dei suoi principali strumenti: la lettura simbolista, la decontestualizzazione e l’elisione.

Significano in buona sostanza: vedere ciò che interessa, ignorare quello che non si vuole vedere, eliminare quello che non si può ignorare.

Alla base della lettura simbolista c’è l’idea che nel testo siano rintracciabili elementi simbolici con un significato esoterico (cioè “accessibile a pochi”) che prescinde dal contesto e a volte anche dall’intenzione dell’autore che ne può fare un uso inconsapevole.

Simboli non storicizzabili, in quanto non riferibili a delle “tradizioni” ma bensì alla “Tradizione” e pertanto riconoscibili solo da un’élite di persone “spiritualmente superiori” (questo in linea col razzismo spirituale predicato da Evola, contrapposto al razzismo biologico nazista: non vi sono razze superiori ma solamente persone superiori a tutte le altre).

Ma nella loro operazione di appropriazione di Tolkien, i curatori si trovarono a dover rimuovere una forte contraddizione: mentre loro, in linea con il pensiero di Evola, davano al testo una lettura neopagana, il SdA è “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica” come scrive lo stesso Tolkien in una lettera.

Tale orientamento viene esplicitato in un passaggio, quando Gandalf rimbrotta Teoden lo esorta a non comportarsi come i “re pagani”.

Dato che le vicende fantastiche del SdA si collocano in un epoca di gran lunga precedente all’avvento di Cristo, un simile aggettivo non avrebbe in quel contesto alcun significato se non quello di ribadire l’orientamento di fondo dell’opera.

Per questo motivo i traduttori/traditori di Tolkien omettono l’aggettivo, che sarebbe risultato quantomeno imbarazzante per la connotazione neopagana che attribuivano all’opera e che rispecchiava il loro orientamento politico.

Inoltre il messaggio del cattolico Tolkien, che pure in politica si poteva definire un conservatore (si espresse in una disputa con l’amico C.S. Lewis – l’autore delle Cronache di Narnia – a favore del regime franchista in Spagna, inorridito dalle persecuzioni anticlericali ad opera delle forze repubblicane) conteneva elementi inconciliabili con il pensiero di destra.

Il perdono e la redenzione sono tematiche cristiane che ritroviamo nel rapporto fra Frodo e Gollum (è il perdono che cambia Gollum e lo porta, con il suo sacrificio finale a distruggere l’anello).

Sopratutto la trilogia è attraversata da un sconfessione dell’ideale guerriero “della bella morte”.

Tema questo trasversale a tutta la destra, al punto da ritrovarlo sia nel motto del Tercio spagnolo [il movimento paramilitare fascista di Francisco Franco] “Viva la muerte!” e nel canto, dall’emblematico titolo “Il fidanzato della Morte” (Sono un fidanzato della morte/ che va unirsi con forte laccio/ a questa leale compagna), sia in una canzone della Guardia di Ferro [milizia fascista ungherese] pervasa da un’autentica frenesia canora necrofila (La morte, soltanto la morte, legionari/ è un lieto sposalizio per noi/ i legionari muoiono cantando/ legionari cantano morendo).

Un episodio del SdA che i cultori di destra volutamente travisano è quello della furia di Èomer, che per vendicare la morte della sorella (che sotto panni maschili si era unita all’esercito di Rohan), decide di partire contro le fila nemiche cercando la morte.

Enrico Bassano lo definisce “uno slancio distruttivo e nichilistico” e lo inquadra positivamente come un esempio di quanto gli abitanti della Terra di Mezzo sono disposti a dare per la propria libertà.

Peccato che Èoywn non sia affatto morta e il sacrificio di Èomer sarebbe inutile: nel racconto non si tratta di un esempio da seguire, ma piuttosto di quello che succede quando nel momento del bisogno si perde la testa.

La stessa Èoywn parte per la guerra intenzionata a trovarvi la morte e quell’onore che in una società patriarcale le è precluso, ma alla fine abbandona questo proposito e affronta il capo dei Nazgul con freddezza (senza smanie canterine necrofile).

Ritroviamo maggiormente l’ideale guerriero nella trasposizione cinematografica hollywoodiana (sull’eroismo hollywoodiano, anche solo quello più recente, ce ne sarebbe da dire), che in questo e in altri aspetti si discosta dal libro.

Se da un lato dunque l’opera di Tolkien contiene elementi (un mondo perduto, dominato da una casta guerriera, spade, battaglie, etc.) che, presi a sé stanti e decontestualizzati, predispongono i lettori in camicia nera al genere fantasy (ricordiamo bene come Gianluca Casseri, responsabile dell’omicidio di due ragazzi senegalesi a Firenze, fosse un dozzinale scrittore fantasy e al tempo stesso come Iannone abbia in un occasione citato il ciclo arturiano ai suoi), dall’altro bisogna riconoscere però che gli immaginari vivono anche una vita propria, in grado di essere legata ai contenuti più diversi.

Il SdA divenne negli anni ’60 un simbolo della contestazione studentesca negli atenei statunitensi (dove comparirono slogan come “Gandalf presidente” e “Frodo vive” ) e del nascente movimento ecologista, tutt’altra cosa rispetto al “nazional-ecologismo” portato avanti da Casa Pound attraverso il sotto-marchio “La Foresta che Avanza” (che nel suo nome contiene un riferimento agli Ent tolkeniani, i pastori di alberi che hanno forma di alberi con tratti antropomorfi, a loro volta ispirati al Machbeth di Shakespeare).

E fu sempre la forte critica alla società industriale che colpì i giovani lettori italiani di Tolkien degli Anni ’80, periodo in cui sorse anche in Italia un movimento ecologista.

Il conflitto fra industrializzazione, rappresentata dagli orchi e le loro fucine a Isengard e Mordor, e natura non si riduce in Tolkien in un primitivismo o in una sorta di “socialismo feudale”

La Contea, realtà rurale per eccellenza, non viene proposta come un’isola felice (non del tutto per lo meno).

Bilbo – protagonista del “Lo Hobbit”, romanzo che introduce il mondo e i personaggi del SdA – lascia la Contea (alla fine per sempre) e abbandona anche la sua mentalità provinciale, tant’è che quando, ritornato lì, si rende conto di aver perso la propria rispettabilità (per le frequentazioni con degli autentici “extracomunitari” quali stregoni, nani ed elfi), non se ne dispiace poi così tanto.

Le piccole meschinità di un ambiente rurale sono magistralmente descritte nei rapporti fra Bilbo e i parenti (che desiderano impossessarsi dei suoi beni), così come nel ritorno di Frodo, Sam, Meriadoc e Pipino, quando trovano la Contea in mano a Sauroman, che aveva fatto leva  proprio sulle avidità e gli egoismi di alcuni hobbit.

Non è pertanto automatico che un genere letterario come il fantasy divenga o fuga dalla realtà (anche perché ogni finzione si nutre necessariamente di realtà) o veicolo di valori tradizionalisti e quindi carburante mitopoietico a disposizione dei vari gruppuscoli neofascisti, ma anzi può essere attraversato come critica della realtà e in ciò forma embrionale di conflitto.

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Murales realizzato da Blu, sulla facciata dello storico centro sociale bolognese Xm24: i personaggi tolkeniani sono reinterpretati inserendoli nella realtà del movimento antagonista bolognese

 

 

 

 

Fonti: sitografia e bibliografia.

Per approfondire l’argomento consigliamo i podcast di un incontro a cui sono intervenuti Wu Ming 4 (del collettivo di scrittura Wu Ming) e Roberto Arduini della Società Tolkeniana Italiana, a cui questo articolo deve quasi tutto: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=3423

Segnaliamo anche alcuni articoli apparsi su Giap, il blog dei Wu Ming, riguardanti Tolkien.

Sull’ideale dell’eroismo nordico http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2076.

Su come l’opera di Tolkien sia ancora conosciuta con approssimazione e  una buona dose di provincialismo in Italia http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11054.

Sulle divisioni di classe nel mondo della Terra di Mezzo http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7264.

Un altro sito di “cultura di opposizione” che si è occupato spesso e volentieri del Signore degli Anelli e del suo autore è Carmilla: http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003302.html#003302

Per capire nello specifico i concetti di Tradizione e Simbolismo, nonché l’importanza di Evola all’interno del neofascismo è una lettura imprescindibile il già citato “Cultura di destra” di Furio Jesi ma si possono vedere anche i seguenti contributi:

Franco Ferraresi, Da Evola a Freda. Le dottrine della Destra Radicale fino al 1977, in F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Giangiacomo Feltrinelli editore, 1984, pp. 13-53;

Id., Minacce alla democrazia, Milano, Giangiacomo Feltrinelli editore, 1995, pp. 61-103;

A. Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Roma, Donzelli, 2010, pp. 117-135.

Un ministro della sovversione

172750641-6685b910-0ab1-4bc3-bb09-efb6fc3f7784 (1)Il Movimento 5 Stelle aveva dichiarato i suoi intenti: rivoluzione! Non si sa bene come e quando, ma rivoluzione doveva essere. Ora che in parlamento non si vogliono schierare per non scendere a far parte del teatrino politico (o più semplicemente della politica rappresentativa che porta con sè i compromessi) sono costretti a far vedere ai propri elettori uno dei peggiori governi della storia repubblicana. Ma non tutto è perduto, perché in mezzo al marasma cattolico e berlusconiano, un barlume di luce sembra davvero offrire gli spiragli di una rivoluzione. Una rivoluzione, intendiamoci, in senso lato: democratica e borghese. Ma un qualcosa che in Italia è radicale e non populista, qualcosa che è necessario fare per sovvertire alcune strutture culturali costruite su stereotipi mediatici lunghi decenni.
Stiamo parlando di Kyenge, neoministro all’integrazione. Nel suo ruolo parla di ius soli e abolizione del reato di immigrazione, parla di un Italia non solo agli italiani perché ormai non è possibile pensare all’interno di schemi identitari e xenofobi, credendo in tal modo di salvaguardare il proprio status economico.
E’ questo il linguaggio della vera rivoluzione che oggi ha la possibilità di affermarsi. Gli immigrati sono la categoria sociale più bistrattata, sfruttata, offesa, sono dei nessuno senza stato, odiati, girovaghi per il mondo e che in Italia mal li digerisce. Eppure i dati parlano chiaro. Un rapporto caritas migrantes del 2010 sottolineava come gli immigrati producessero più del 10% del PIL, in pratica “ci pagano la pensione”(1). Ma anche oggi l’immigrazione sembra avere risultati benefici sull’economia. Ma se non è possibile calcolare con precisione l’impatto reale, e in tutta la sua portata, dell’immigrazione, certo è che l’immigrazione dei cervelli (verso l’Italia) è una ricchezza e non un furto(2). Ma anche sul versate meno aulico diversi studi mostrano che lo stereotipo dell’immigrato che ruba lavoro e danneggia l’economia, è totalmente falso (3). Ma intanto a chi è facile a questi cliché, che li usa per legittimazione politica, per aizzare un popolo contro il cattivo, mentre la complessità del reale è molto più difficile da districare, se ne frega dei dati. A questi basta un discorso semplice, un capro espiatorio, e il resto viene da sè, da sentimenti selvaggi, da emozioni che trascendono il ragionamento. Il ministro Kyenge in questo senso è sovversivo, forse è arrivato il momento di rompere definitivamente questo mega-mostro per aprirsi invece ad una realtà maggiormente diversificata, meno paurosa e più aperta. , chissà che non ci sia il tempo di capire la ricchezza della diversità culturale.

(1)Riccardo itaglianò, Grazie, chiarelettere, 2010

(2) http://www.unipd.it/ilbo/content/se-l%E2%80%99immigrazione-diminuisce-e-un-problema-anzitutto-l%E2%80%99economia

(3)chttp://d.repubblica.it/dmemory/2013/02/09/attualita/attualita/060eur82760.html

 

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Aldo Giannuli – lo ius loci: lettera aperta a Grillo

Pier Aldo Rovatti – Quella ministra dalla pelle nera e dal nome incerto 

E vennero a invocare il nemico

Spostati, dissociati, caricature umane. Fenomeni marginali, decadenze post-terzoposizioniste, inumani dell’epoca post-ideologica. In questo modo verranno liquidate dall’intellighenzia nostrana le  decine di persone che hanno manifestato a Milano: figlie di una crisi che morde, analfabeti (in senso politico) alla ricerca di qualche risposta, di un qualsiasi capro a cui attribuire anzitutto responsabilità.

Ma rimane intanto il dato politico, il segno evidente di un mutamento di tendenza, di una nuova frontiera del discorso politico: sempre più tirato fra consumismo e nuove religioni.

Il popolo delle scimmie torna nella versione forse più brutale, quella che, contemporaneamente, si mimetizza in tutto: dalle lotte sociali, alle mobilitazioni dell’ecologia sociale financo alla lotta per la legalità, la democrazia, la voglia di libertà.

La resistenza si trasforma in lotta contro le usurucrazie e il signoraggio, la denuncia delle scie chimiche e la minzione anti-vaccino, l’uso di un vocabolario esoterico contro le mafie-massoniche, la voglia di una libertà occlocratica e buonsensista.

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Chi è il Nemico?

Chi sarà il nuovo capro espiatorio?

Non ci è dato a sapere. A questa realtà, epifenomeno di un nuovo fascismo, basta la crisi e il demiurgo che l’ha creata. La nuova Identità che andrà a formare sarà di nuovo il frutto di questo continuo riposizionamento del Nemico. Più è (ai loro occhi) viscido, scaltro e semovente, più loro saranno puri, corretti e fermi nel loro revanscismo mortificante.

Cose che i fascisti vi diranno

nocensura_logo_linkL’obbiettivo tattico, rispetto alla diffusione di informazioni e notizie, non cambia poi di molto.

I fascisti tendono sempre (ben prima dell’epoca Aginter Press) a ricercare i soliti obbiettivi di stampo prettamente militare, oggi anche attraverso internet.

Gli elementi possiamo sintetizzarli:

– nel depistaggio semantico e/o narrativo, per cui si tende a disinformare per creare “fedeli al complotto” (rettilo-babilonese-masso-pluto-giudeo-nwo1984stile-nonsasappiamoleggerelemetafore-ecchipiùneha) o far perdere in credibilità tutte le piattaforme virtuali non ufficiali che cercano, sul serio, di contro informare (palesando quindi un habitus culturale e delle notizie dimostrabili)

– nel vaccine barthesiano: ovvero in “una piccola inoculazione del male riconosciuto” per far meglio digerire la spazzatura che fuoriesce dai blog nazi-complottisti

– nel ninisme (sempre barthesiano): ovvero nel soppesare due elementi per rifiutarli entrambi e fingersi così oltre le posizioni necessariamente assumibili

Ecco perchè denunciamo, attraverso questo ottimo articolo di Angela Di Rito, l’ennesimo sito di contro-informazione (ridicoli quanto cerchino di parassitare vecchi cenci terminologici di movimento) fascista (o meglio rosso-bruno, nazi-maoista o dir si voglia, camerati restano).

 

Cose che nessuno vi dirà di nocensura.com, ovvero frottole e idiozie senza censura.

Cose che nessuno ti dirà? Nessuno (si fa per dire) te le dirà perché se non son bufale son “cose” di cui parla gente come Borghezio, Scillipoti e giù di lì.

Da tempo volevo porre l’attenzione sul blog nocensura.com, la cui pagina Fb conta oltre 400 mila iscritti. Per me che sarò “fissata”, il blog era stato sempre considerato inaffidabile per lo stile da “disinformare per esistere” di cui è pregno. Basta infatti uno sguardo superficiale sia al blog che alla pagina per accorgersi che la redazione ha messo la “sovranità monetaria” quindi la sovranità del denaro, ovvero l’esaltazione massima del capitalismo, come priorità assoluta.

Significativa infatti è stata la campagna elettorale in favore di Alfonso Luigi Marra ed il suo “PAS fermiamo le banche” (tema di cui si occupa dal lontano 1987) che il blog ha svolto.
Marra, per chi non lo sapesse, è un ex eurodeputato del partito di Berlusconi, divenuto noto per la battaglia condotta con Domenico Scilipoti e la starlette Sara Tommasi contro il signoraggio bancario.
E tuttora il blog di Marra, signoraggio.it, è la fonte principale dei loro post.

Basterebbe solo questa loro fissa della lotta al signoraggio (il principale cavallo di battaglia del nazi-complottismo) come soluzione alla crisi, e “a tutti i problemi dell’Italia”, per screditare l’affidabilità del blog che si presenta come un sito di controinformazione e contro la censura. Ma so che così non è per molti… anzi per moltissimi.

Ma allora basterebbe osservare le notizie di cronaca presenti nel blog. Tra dieci post complottisti sulla sovranità del denaro, se ne può trovare uno di cronaca. Spesso (per non dire sempre) viene riproposta la solita retorica dall’incipit: “nel silenzio dei media” o “nessuno ne parla”.

Di recente avevo visto un loro post del 3 marzo 2013 sull’esplosione di un deposito di armi militari nella capitale del Congo, accaduta il 4 marzo 2012, di cui, si cita: “i media italiani non hanno fatto menzione”(http://www.nocensura.com/2013/03/strage-in-congo-esplode-deposito.html).
Da una rapida ricerca su google e viene fuori che ne aveva parlato persino RAI1. Ci sarà stato di un equivoco con le date, come nel caso della altra famosa bufala sulla Grecia? Queste sì che sono “cose che nessuno ci dirà”…

Ma come le notizie vengono manipolate ad arte, viene spiegato ancor meglio da un articolo di “Tagli” che ricostruisce la vicenda di un caso di “pestaggio di polizia”, accaduto a Milano il 29 giugno 2012, rivelando e mostrando come la notizia sia stata alterata e riproposta in maniera inesatta ed incompleta da “nocensura.com“, oltre al fatto che l’immagine utilizzata risale al G8 di Genova del 2001. “Le liquidiamo come “bufale”, ma son qualcosa di più sottile: a volte partono da fatti reali e ci ricamano sopra per ottenere la maggiore sensazione possibile.” (http://tagli.me/2013/02/01/la-bufala-del-silenzio-dei-media-di-fronte-a-un-pestaggio-di-polizia).

Ma se non basta tutto questo a stimolare qualche dubbio nelle menti degli iscritti, immagino che sapere che la redazione ha più volte esaltato Borghezio, una volta perché è stato l’unico a chiedere spiegazioni sui cinghiali radioattivi (ne hanno riportato un suo comunicato), un’altra perché critica Monti (che originalità), oppure per la sua prolifica attività di eurodeputato (nel senso che è quello che ha presentato più interrogazioni di tutti gli altri europarlamentari) dovrebbe scoraggiarne la diffusione virale, almeno si spera…
Anche se ultimamente devo fare i conti col fatto che noto sempre più militonti ed attivisti del web sempre pronti a citare e portare come esempio anche la peggior feccia nazista, pur di dimostrare la veridicità delle proprie credenze.

Ed infine il peggio senza limiti. L’estate scorsa avevo notato che riproponevano ripetutamente dei post vecchi, vantandosi di averne dato per primi la notizia. La notizia (ovvero la non-notizia) parlava dello scandalo delle pensioni regalate agli stranieri. Sì, proprio così.

Il post di cui rivendicavano una improbabile esclusiva, datato 15/07/2011, è: “Pensioni gratis agli stranieri, è boom” (http://www.nocensura.com/2011/07/pensioni-gratis-agli-stranieri-e-boom.html), la cui fonte è un articolo de L’Espresso del maggio 2008.

Frame, quello delle pensioni gratis agli stranieri, reiterato spesso, in molteplici occasioni, ad esempio quando, parlando di povertà, non manca l’occasione di aggiungere una dose di razzismo alla solita retorica anti-casta, come qui: “uno spreco di denaro pubblico che si aggiunge a quello delle pensioni REGALATE agli extracomunitari che, grazie a una legge del centrosinistra, portavano i parenti ultra sessantacinquenni in Italia per far concedere loro la pensione, le cosiddette “pensioni gratis” agli stranieri che non hanno mai lavorato, non hanno mai vissuto in Italia, e che dopo che si sono assicurati l’assegno mensile tornano in patria” (http://www.facebook.com/photo.php?fbid=420210778030021&set=a.138072649577170.41033.118635091520926&type=1&ref=nf)

Oppure qui: “Non bastava lo scandalo delle pensioni sociali regalate a stranieri over 65 che non hanno mai lavorato e vissuto nel nostro paese, portato alla luce da l’Espresso: flotte di stranieri che si trasferivano in Italia appositamente per percepire il cospicuo assegno, superiore alle pensioni di molti italiani. Questa volta, mentre viene tagliata quella degli italiani, la pensione è stata concessa a una CLANDESTINA, creando un PERICOLOSO PRECEDENTE: la legge che ha concesso la pensione a questa cittadina turca clandestina, potrebbe valere per molti altri clandestini, provenienti da tutti le nazioni.” (http://www.nocensura.com/2011/12/invalidi-del-mondo-venite-in-italia.html)

Qui sembra quasi che prendano le difese degli immigrati, mentre invece se la prendono con la “classe politica” perché ha permesso agli extracomunitari di venire in Italia e delinquere:
“Io propongo l’immediata espulsione dal territorio nazionale: non ne possiamo più di questa gente… delinquono, vivono sulle nostre spalle.. è l’ora di dire BASTA!!!
Qualcuno utilizza queste parole per gli stranieri: io invece le dedico alla CLASSE POLITICA che ha ridotto questa nazione a ciò che è oggi. Che poi sono le stesse persone che hanno consentito agli stranieri di entrare in Italia e delinquere impunemente… perchè questo è vero, diciamolo… non facciamo i buonisti al punto di negare la realtà, anche se certo non tutti sono delinquenti, anzi sono una minoranza. leghisti & soci che si riempono la bocca con la parola “extracomunitari” e “sicurezza”, guardino cos’ha fatto il LORO governo… mentre le TV parlavano di “espulsioni” sono AUMENTATI A DISMISURA… ah ah ah… MADDAI… per non parlare della “sicurezza”… il “decreto sicurezza”… c’è la polizia che non ha nemmeno i soldi per mettere benzina e comprare le divise… ogni 5 poliziotti che vanno in pensione ne assumono 1 … ma di cosa stiamo parlando????
(http://www.facebook.com/photo.php?fbid=244955122222255&set=a.138072649577170.41033.118635091520926&type=1&ref=nf)

Ed ancora nel luglio 2012 ripropongono un aggiornamento del 18 febbraio 2012 da “La Nazione”: “Gli stranieri regolari portano i parenti over 65 anni in Italia, dove hanno diritto alla pensione sociale: disbrigano le pratiche, dopodiché se ne tornano a casa, dove con 550€ (per 13 mensilità) vivono da nababbi. Accadeva grazie ad una legge del centrosinistra che aveva esteso questo diritto agli stranieri. Dopo anni di bengodi, due anni fa è stato parzialmente corretto il tiro, hanno introdotto requisiti più stringenti, ma nel frattempo centinaia di migliaia di stranieri ne hanno approfittato..” (http://www.facebook.com/photo.php?fbid=420210778030021&set=a.138072649577170.41033.118635091520926&type=1&ref=nf)

In realtà la non-notizia, come si può verificare direttamente dal sito INPS (https://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=7156), è una bufala, perché le fantomatiche pensioni gratis sarebbero nient’altro che la pensione sociale garantita ai cittadini immigrati che abbiano tutte le caratteristiche classiche del cittadino straniero regolarizzato. E soprattutto questa pensione verrebbe garantita solo ai cittadini di età superiore a 65 anni, con almeno dieci anni di permanenza continuativa e legale in Italia, ovvero ad una fetta di popolazione straniera statisticamente insignificante.

Questo è il tipico esempio di informazione spazzatura che volutamente intercetta la rabbia ed il malcontento delle persone per incanalarla contro i più poveri.
Sulle centinaia di commenti reazionari e razzisti, sugli esaltati che in reazione a questi post hanno invocato “zio benito” oppure su frasi del tipo: “per fortuna ci pensa il mare a disperderli”…. la redazione non è mai intervenuta.

A tutti questi il mio unico messaggio è riassunto nell’immagine di seguito allegata: “Follow Your Leader”. Altro non trovo da dire.

PS: Ovviamente le critiche rivolte a nocensura.com sono valide anche per altri blog feccia come www.losai.euwww.informarexresistere.fr e tanti altri siti che si danno l’etichetta di “controinformazione”.

Che amino odiare

563482_10152604718165296_1781524017_nChe amino riconoscere l’identità per identificare il diverso.

Ci rifaremo alla semplice esposizione dei Wu Ming per comprendere l’importanza della costruzione del Nemico, ci rifaremo anche all’importanza, attribuita dallo storico Mosse, per comprendere la fondamentale scolastica nella costruzione dell’odio. Possiamo rifarci a molti scritti e molte analisi giocate sulla pelle dei bambini nella ridicola diatriba sull’essenza di destra o di sinistra del fanciullo.

Ci limiremo invece a notare una sola cosa nell’immagine qui a sopra riprodotta: la spontaneità. E’ spontanea nel senso che non rivendica un Ordine preciso della situazione: i gesti, le posizioni, lo stare seduti insieme (naturalmente con un differenziale fatto in seggiola per gli adulti, probabilmente istruttori).

Oggetti alla rinfusa, scomposizione dei corpi, disordine vitale premuto fra quattro mura bianche e quattro vessilli rossi/neri. Il fondo, dove cade lo sguardo dei fanciulli, è in direzione di un’assenza segnata da vessillo e logo neonazista.

La guida, per eventuali dubbi, la si trova inclinando il capo leggermente a destra.
La via di fuga rimane a sinistra.

Verona – città in fondo a destra

VENETICA-citta-fondo-destra[ritaglio]Verona, febbraio 2013. Situazione incandescente sui giornali, in università, nello scenario politico locale. Ad accenderlo un dibattito sulle foibe con la discussa professoressa Kersevan. Non interessa qui entrare nel merito della situazione, ma analizzare, seppur in modo minimo e coinciso, il vittimismo dei gruppi di destra. Questi ultimi, in questi giorni, si sono lamentati di un fantascientifico connubio tra istituzione universitaria e “Kollettivi comunisti, di sinistra anarchici”. Il linguaggio politico torna nel pieno della guerra fredda. Sembra essere tornati al 1948 quando le elezioni politiche nazionali mettevano in subbuglio il multiforme mondo della destra e dei moderati italiani, contro il pericolo comunista. Su Verona Fedele il direttore scriveva:

“La vittoria di una parte, di un “fronte” vuol dire, in parole povere, questo: domani noi saremo costretti a pensare, mangiare, a lavorare tutti sotto la sferza, all’ombra di un capestro. I nostri bimbi non avranno la certezza di essere educati secondi i principi cristiani e italiani”.

Questo il temibile pericolo comunista, che spinge un consigliere comunale ad affermare che

“Questi finti studenti, sedicenti demoratici, da tempo lavorano per delegittimare la verità storica sulla tragedia italiana in quelle terre, al solo scopo di riabilitare un’ideologia nefasta, sanguinaria, condannata dalla storia sotto il peso di oltre 100 mln di morti. L’ideologia comunista! Non posso, prima ancora che come rappresentante delle istituzioni, come uomo libero non denunciare con forza questo indegno insulto.”

Peccato che a Verona sembra di respirare spray urticante per la pesantezza che la componente neofascista ha assunto a livello istituzionale. Da un consigliere che non condanna le violenze di gruppi di estrema destra e denuncia le violenze del comunismo, ad un sindaco condannato per istigazione all’odio razziale. Ma se ciò non bastasse quelli che furono i “sinistri” del Movimento Sociale Italiano, come fu per quest’ultimo, si legittimano nel quadro istituzionale locale facendosi eleggere in lista Tosi, cioè il Sindaco di Verona, nonchè segretario della Liga Veneta. Non so voi, ma noi qualche contraddizione la annusiamo nell’aria. D’altronde è anche ormai scontato ricordare che l’ex cantante dei Gesta Bellica è completamente all’interno del quadro istituzionale, sempre in vicinanza al sindaco come coordinatore della lista e come presidente di un importante azienda a partecipazionepubblica. A questa lista si aggiungono poi i giornali, in cui i giornalisti non lesinano posizioni conservatrici notorie in alcuni casi, semplicemente servili in altri. E, infine, l’università in cui il presidente del consiglio degli studenti è un rappresentante di Azione universitaria, estremamente tendete ai gruppi di estrema destra (non è stato difficile individuarlo in cortei di blocco studentesco) e dove il rettore, proprio su pressione di questi gruppi, si piega gentilmente, chissà per quali interessi politici. Come dire, i Kollettivi hanno in mano la nomenklatura della città, state attenti, che vi mangeranno i bambini.

Riferimenti esterni – oltre agli articoli già linkati si vedano i seguenti:

Articolo dell’ Arena del 12/02

Articolo del Corriere di Verona del 12/02

Articolo Arena del 13/02

Comunicati vari in merito ai gravi fatti di Verona

Comunicato di Blocco Studentesco

Comunicato Lotta Studentesca

Altri articoli in merito ai rapporti tra istituzioni e gruppi neofascisti a Verona

L’Espresso – Tosi innamorato dei fascisti

Giovani Indignati – I volti del fascismo a Verona

Riferimenti bibliografici – il nome dell’articolo non è preso dal cappello magico:

Emilio Franzina (a cura di) – La città in fondo a destra

Emanuele Del Medico – All’estrema destra del padre

 

L’anti-nazismo nazionalista

url-3Come mistificare una problematica storica rendendo vuote le parole e i fatti che composero (e tutt’ora compongono) il cangiante fenomeno del fascismo?

Abusando della stessa parola ‘fascismo’, proponendola in discorsi e luoghi non pertinenti, stravolgendone il significato ora attribuito a questioni e problematiche che, per quanto legate alla feroce aggressività del capitale, nulla hanno a che fare con la questione identitaria, anzi. Franco Berardi Bifo scrive a proposito dell’antieuropeismo dilagante (nutrimento dei nuovi nazionalismi, localismi e fondamentalismi) in quest’ultimo numero di alfabeta2 “Nell’agonia d’Europa”:

“Questa guerra assumerà forme diverse: in Grecia larga parte delle forze di polizia e dell’esercito sono legate al partito nazista, e il nazionalismo antieuropeo potrà innescare la risposta di destra alla crescita di Syriza. in Spagna si scontreranno forze disgregative dello stato nazionale e reazione centralista nazionalista. Possiamo immaginare cosa possa accadere in Ungheria, in Romania, ma anche in Belgio, mentre ovunque si ripresenta il fantasma dell’odio antitedesco: ad Atene il giorno della visita di Angela Merkel gruppi di giovani bruciavano bandiere con la croce uncinata”.

Il capitale crea i nuovi disperati insomma, contro l’europa del capitale e in nome di uno stato più piccino. Corpi insieme costretti nelle piazze ma incapaci di condividere nela vita.

Distrarre e aggredire

Negli istanti finali del fenomeno pre-elettorale i contenuti di una determinata lista tendono a scivolare bruscamente nella retorica più identitaria ed emotivizzata. Non è il caso italiano, oramai da anni nutrito a forza di boutades berlusconiane, grillismo d’avanspettacolo e volgarità a perdersi. Per non evidenziare l’aggressiva ossessione per certune parole-simbolo.

Nel bel paese non si perde tempo in chiacchere sui programmi politici, si preferisce fin da subito delegittimare l’avversario: insultandolo, denigrandolo, disumanizzandolo. Quale miglior modo di creare identità?

Alessandra Kersenav, come molti altri storici, si preoccupa più che di ricostruire, di far ricordare. Far ricordare, ai sedicenti italiani che si riconoscono nell’ epiteto “brava gente”, i massacri perpetrati in nome dell’allegra penisola.

Presentandola ed allontanandola i fascismi locali mostrano l’incredibile capacità di risemantizzare le categorie “revisionismo” e “negazionismo”, un tempo attribuite ai crimini identitari, oggi sempre più spostate (da parte del potere) su chi utilizza metodi scientifici per demitologizzare le note pratiche nocive.

In questo modo l’argomento foibe, per l’ennesima volta, rientrerà nel dibattito politico italiano ristabilizzando il gioco di potere argomentativo con maggior peso sull’asse di destra.

Riti di prevaricazione

La prevaricazione pressante, il senso di claustrofobia che, le figure più o meno note del fascismo e dell’autoritarismo, compongono nei tasseli della quotidianità, sono diversificate. Sicuramente una delle più temute nonchè perpecite risulta l’aggressione fisica dove, all’esterno di ogni possibile e ipotetico dialogo, si contrappone la forza come elemento legittimante. Tuttavia a marcare il territorio, troppo spesso, sono altre modalità. La violenza non si presenta e non si rappresenta solo con la fisicità, ma all’opposto con azioni concrete ma pur astratte di quella “pisciata di cane” che marca il territorio. Così ci si trova con la città infestata di adesivi o manifesti di CasaPound, Forza Nuova o mille altre associazioni, azioni che segnano la presenza prevaricatrice di un determinato gruppo sociale. Azioni che si accompagnano con elementi decisamente più pericolosi di simbologia puramente nazifascista. La svastica a fianco di un luogo notoriamente opposto (per logiche di socialità, movimento, attivismo, interesse) ai propri si pone cosi come aggressione, prevaricazione violenta per imporre la propria presenza, far capire che si è presenti e, quindi, potentemente concreti. Questo può poi arrivare alla bomba, non ad un luogo semplicemente da birra, ma un luogo di cultura, come successo a Freedom Bookshop, un vecchissima libreria anarchica di Londra, in cui nessuno è rimasto ferito ma in cui tutti subiscono una perdita. Non si tratta di una semplice provocazione, come può essere la bomba durante la notte in un locale “di sinistra”. La devastazione degli archivi, delle librerie, delle biblioteche, dei centri di Cultura sono azioni fin troppo ricorrenti in spazio di guerra e guerriglia. Trasportare questi scenari nella quotidianità di un conflitto urbano significa alzare il livello ma, oltre a tutto questo, rifiutare la cultura, una determinata cultura che si contrappone con pervicace ostentazione nella diffusione di idee, sapere critico e istanze di alterità opposte a quelle aggressive, simboliche o meno, della presenza fascista, significa mostrare il volto non legittimato, quello vero. Il volto che oltre all’acqua e sapone democratico ritorna ai primordi della nascita fascista, dove ad essere attaccata era la sede di un giornale socialista, non un luogo a caso, ma un simbolo ben preciso. Rifiutare e combattere ogni forma di prevaricazione simbolica, per evitare che l’adesivo di oggi divenga la svastica, e poi magari gli sguardi, l’inserimento del timore, la paura, la distruzione dell’azione e la distruzione della cultura.

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Un/Il Laboratorio: un “magazzino” di idee (tra giocoleria, musica, murales, cicloofficina) si è ritrovato una bella “firma non firmata” dopo aver cancellato (firmandosi con il proprio simbolo) le svastiche in giro per il paese

 

 

 

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Il freedom bookshop dopo la bomba

 

 

 

 

 

 

I populismi a “sinistra”: il caso dell’America Latina

Ci siamo finora occupati di populismi e narrazioni identitarie raccontando o comunque proponendo solo letture  parziali del fenomeno, che oggi vorremo inizialmente colmare. Abbiamo infatti affrontato il problema che più attenaglia l’Europa e, in particolare l’Italia, del populismo di “destra”. Tuttavia questo fenomeno, che tende spesso alla “scomposizione” delle categorie politiche cercando un’aurea di neutralità in un mitologico “popolo”, assume forme e dimensioni rilevanti nella sua corrente di “sinistra”. Il caso che più si è fatto notare in questi anni è quello dell’america latina. Per iniziare a prende in considerazione queste declinazione delle tendenze populiste, vi proponiamo qui di seguito un articolo, tratto dal sito http://historiapolitica.com, di Loris Zanatta, uno dei più importanti storici italiani specializzati sull’America Latina. L’analisi che propone è decisamente interessante perchè, oltre a contestualizzare storicamente il fenomeno latino-americano (ricercandovi anche le cause) il populismo viene scavato nelle sue movenze di fondo, mostrandone tutti gli aspetti più problematici come, ad esempio, il fatto che spesso, dove si postula la democrazia come gestione delle relazioni sociali non si mostra invece interesse per la sfera dei diritti civili e delle libertà individuali o, ancora, la presenza di un capro espiatorio, una minaccia esterna o un nemico interno, oltre che la presenza assidua di figure carismatiche attorno a cui viene espressa la volontà di tutta una comunità.

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Il populismo in America Latina 

 

Il volto moderno di un immaginario antico 

 

di Loris Zanatta

 

 

 

L’America Latina, si sa, è il paradiso del populismo. Lo è stata un tempo, quando  erano i Peròn, i Vargas, i Càrdenas a calcarne le scene, tanto per citare i casi più famosi. Lo è ancora oggi, quando a farlo sono i Chàvez, i Morales e i loro mille emuli ai quattro punti cardinali della regione, nei Parlamenti e nei sindacati, nelle caserme, nei movimenti sociali, nelle chiese. Dall’Argentina all’Ecuador, dal Brasile al Messico, dal Perù a Cuba, con le rare e solo parziali eccezioni di Cile e Uruguay, il populismo è ed è stato per gran parte del Novecento uno dei tratti endemici della vita latinoamericana: di quella politica e sociale come di quella religiosa, artistica e intellettuale. Come mai? Cosa c’è di tanto fertile nel terreno di quel continente da farvi maturare così spesso e così robusta la pianta del populismo? E cos’è, soprattutto, quella cosa che si suole chiamare così, pur avendo volti e storie talvolta tanto diversi tra loro?1

In America Latina come altrove, va da sé, non c’è consenso sul populismo. Su cosa sia e perché ritorni con tanta forza e regolarità. Com’è inevitabile per un fenomeno così controverso e un termine così polisemico, buono per definire regimi, partiti, movimenti, leader, politiche economiche, linguaggi e chissà cos’altro. Che poi il populismo non stia a destra né a sinistra, o meglio, non solo a destra né solo a sinistra, né occupi un posto fisso e determinato nella scala sociale, non semplifica le cose. Forse il Peròn “fascista” degli anni ’40 non fu poi invocato come nume della “patria socialista” trent’anni dopo? E Vargas? Il Vargas reazionario dell’Estado Novo non divenne in seguito il “padre dei poveri” dell’iconografia progressista? E viceversa, Victor Raul Haya de la Torre, il campione del populismo peruviano negli anni ’20, non terminò a destra il suo lungo viaggio cominciato a sinistra?2. Ma perché continuare con gli esempi: ce ne sarebbero a bizzeffe. Insomma, la parola è così vaga e inflazionata da irritare e dar voglia di liberarsene. Ma ritorna. Eccome se ritorna. Tanto vale, dunque, cercarne la chiave, o almeno una chiave, nella chiassosa cacofonia delle mille voci che da Gino Germani in poi si sono cimentate sul populismo in America Latina3. Dapprima ripercorrendo il travagliato dibattito sulla sua natura, poi prendendovi posizione ed infine cercando di illustrare le ragioni dell’eterno ritorno del populismo in America Latina.

 

 1. Il populismo in America Latina. Breve storia di un concetto 

Prima di ripercorrere in sintesi l’itinerario del populismo come concetto negli studi sull’America Latina vale la pena ricordarne i natali. I populismi in America Latina nascono, prosperano e dilagano allorché la regione, o taluni suoi brandelli, entrano nella “modernità”. Parola vacua, se si vuole, logorata dall’abuso, ma che qui ha un senso preciso: i populismi, cioè, sbocciano al culmine di una lunga stagione di profonda immersione nell’onda espansiva dell’Occidente, di cui l’America latina è l’estrema e più lontana propaggine. Nell’onda del capitalismo, insomma, ma anche del costituzionalismo liberale. La portentosa globalizzazione che investì l’area tra la metà dell’Ottocento e la prima guerra mondiale e ne stravolse il profilo demografico, sociale, economico, culturale, creò le condizioni in cui emerse il populismo. Sia erodendo o distruggendo l’ordine antico, quello corporativo di origine coloniale, gerarchico ma paternalista. Sia innescando le fratture tipiche della modernità: la questione sociale, cioè il conflitto tra capitale e lavoro; la questione politica, cioè il passaggio dalla politica di pochi alla politica di massa; la questione spirituale, cioè la secolarizzazione, la traumatica separazione tra sfera spirituale e temporale in una regione imbevuta di unanimismo religioso; insomma, l’emancipazione della politica dalla religione. Ebbene, il populismo nacque come risposta a questi sommovimenti, come reazione a tali trasformazioni epocali, come rimedio, efficace o meno che fosse, ai loro effetti. La natura di tale risposta e la ragione per cui il populismo impregna la storia latinoamericana del XX secolo si vedranno poi. Prima va osservato che dunque, in America Latina come altrove, la nascita del populismo si concepisce solo in un orizzonte democratico, benché inteso in senso lato, e non in termini meramente politici4. Vale a dire che trova il suo humus in un clima storico caratterizzato dalla pressante domanda di allargamento dell’arena pubblica, di estensione della cittadinanza politica, sociale e morale, di protezione degli orfani delle vecchie strutture corporative. Si concepisce, in altri termini, in un orizzonte ideale e sociale in cui il popolo è, o si ritiene comunemente debba essere, il titolare della sovranità, la fonte indiscussa della legittimità del potere, il centro dell’ordine sociale. Poco importa, a tale proposito, che la democrazia politica fosse all’epoca una merce assai rara, ed ancor meno che i governi sorti in nome del popolo sovrano per effetto dell’ondata populista ne violassero a loro volta spirito e lettera. Importa invece che i populismi nacquero come promesse di riscatto della sovranità popolare requisita e calpestata da questa o quella élite: dall’autocrazia di Porfirio Dìaz in Messico, dalla democrazia bloccata e fraudolenta della Concordancia argentina negli anni ’30, dall’asfittico patto oligarchico brasiliano della Repubblica Velha, dal soffocante bipartitismo colombiano negli anni ’40 o venezuelano negli anni ’90 e così via5. Nonostante ciò, tuttavia, i primi studi sul populismo adottarono una prospettiva meramente “strutturalista”: ne ridussero cioè la dimensione politica o ideologica a quella socio-economica. Annunciato dal botto della Rivoluzione messicana e propagatosi poi con straordinario vigore dopo la Grande crisi del 1929, il populismo parve perlopiù loro come il corollario politico della stagione di industrializzazione e nazionalismo economico che si aprì allora. Nulla, o poco più. Ispirati dalle due maggiori teorie dello sviluppo in voga negli anni ’60 e ‘70, quelle della modernizzazione e della dipendenza, quegli studi ne riflessero la propensione a ricondurre in forma più o meno meccanica i fenomeni politici a determinanti socio-economiche. Visto attraverso quella lente il populismo latinoamericano appariva un fenomeno peculiare ma transitorio, tipico di una precisa fase dello sviluppo tardivo di un’area periferica e destinato a morire con il suo superamento. La fase, per intendersi, coincidente con il take-off dell’industrializzazione, la rottura dei rapporti di produzione tradizionali e la creazione di un esercito di lavoratori disponibile per la mobilitazione politica. Non che a quella lettura, tutt’altro che avara di risultati, sfuggissero taluni tratti politici del populismo, come la leadership carismatica, la vocazione plebiscitaria e l’insofferenza per ogni vincolo istituzionale. Tendeva, però, a giudicarli sovrastrutturali rispetto alle politiche economiche e alle basi sociali dei populismi, le prime imperniate sul dirigismo statale ed orientate verso l’industrializzazione e la protezione del mercato interno, le seconde perlopiù urbane e composte da ceti medi ed operai attratti dalle politiche ridistributive6.

Col tempo, però, le cose sono cambiate. Almeno in parte, perché non si può dire che l’interpretazione strutturalista sia stata abbandonata, ma semmai adattata nel tentativo di scrostargli da dosso gli eccessi di determinismo del passato7. Il fatto è che a ben guardare apparve evidente che il populismo in America Latina, o qualcosa per cui non si trovavano termini più adatti, trascendeva di gran lunga le peculiari condizioni indicate dagli strutturalisti per ripresentarsi in forma magmatica e ubiqua nei contesti più variegati: magari laddove le basi sociali ed economiche che si presupponeva l’accompagnassero non esistevano ancora o non esistevano più; o perfino dove le dittature militari degli anni ’60 e ’70 parevano averli estirpati, perlopiù con metodi sanguinari. Neppure la democratizzazione degli anni ’80 e l’adesione dei governi della regione alle politiche liberiste del Washington Consensus segnarono la  scomparsa del populismo, come si sarebbe potuto aspettarsi, tanto che ben presto, dapprima sui media e poi nelle università, si prese a parlare di neopopulismo per descrivere le presidenze di Collor in Brasile, Menem in Argentina, Fujimori in Perù8. Neoliberalismo e neopopulismo, sostennero in molti, erano dunque compatibili, checché ne pensassero i fautori del paradigma strutturalista, per i quali le politiche economiche neoliberali e le alleanze di classe che gli si accompagnavano, opposte a quelle dei populismi classici, non consentivano di definirli tali9. Ma non era tutto, poiché al contempo il populismo risorgeva anche nella sua veste più tradizionale, per esempio nei governi di Garcìa in Perù e di Bucaram in Ecuador prima, e di Chàvez in Venezuela poi; per dilagare oggi nel brulichio di movimenti sorti in reazione alle ricette liberiste, dai cocaleros peruviani e boliviani ai piqueteros argentini, dall’indigenismo ecuadoriano ai senza terra brasiliani e paraguayani. Non sorprende, così, alla luce di tanto sfavillio populista, che fin dagli anni ’80 prendesse piede una corrente di studi, perlopiù politologici, intenta ad elaborarne un idealtipo fondato sui suoi tratti politici ricorrenti. Una corrente approdata per diverse vie alla definizione del populismo come “stile”, o“strategia” politica10. Ma la ricerca del nucleo del populismo latinoamericano invita ad andare ancora oltre, soprattutto gli storici, che non possono non cogliervi reminiscenze antiche. Da ciò il crescente sforzo di tanti, compreso chi scrive, per individuarne una sorta di nucleo ideologico plasmatosi nel corso della storia dell’America Latina: un azzardo teorico, se si vuole, visto l’inveterato luogo comune per cui i populismi sarebbero aideologici, puro pragmatismo. Certo, non si intende negare in tal modo la rilevanza dei fattori economici e sociali nella caratterizzazione dei singoli populismi, bensì indagare le origini recondite di una sorta di “populismo generico”, di un humus populista comune a contesti socio-economici anche assai diversi tra loro. Un humus cherinvia alle trame più profonde delle società latinoamericane, frutto della loro esperienza storica, alimento della loro cultura politica, riflesso della mentalità e delle credenze di tanti loro abitanti.

2. Sul nucleo ideologico del populismo latinoamericano 

Cos’è, dunque, il populismo inteso come ideologia? Benché debole e non strutturata, beninteso, cioè come insieme di valori che pur non essendo strutturato in forma sistemica configura una certa visione del mondo. Detto in sintesi, sparato in una formula, credo che il populismo sia la moderna trasfigurazione di un immaginario sociale antico. Di un immaginario tutt’altro che peculiare dell’America Latina, ma che proprio nella sua storia, forse più che altrove, ha profonde radici e portentose ragioni per non perdere vitalità.

Il populismo è moderno poiché postula la centralità del popolo al di sopra di ogni lignaggio o aristocrazia. Come si diceva, è un prodotto della società di massa e vive in ambito democratico, anche se la democrazia cui esso aspira attiene più che altro alla sfera delle relazioni sociali e si esprime attraverso categorie etiche che neesprimono l’afflato religioso; viceversa la sfera dei diritti civili e politici degli individui non rientra nel suo campo di priorità, se non in forma accessoria. Al tempo stesso il popolo invocato dal populismo, che come ogni idea di popolo è una costruzione intellettuale, mitica, selettiva, è edificato con materiali esistenti, cioè con simboli, parole, valori che molte persone e gruppi comprendono ed apprezzano perché, per l’appunto, evocano un immaginario sociale antico. Quel popolo, infatti, suole essere inteso come una “comunità” omogenea e primigenia, retta da storia, identità e destini comuni, cementata da vincoli di solidarietà meccanica, per dirla con Durkheim11, e dalla comune avversione ad una minaccia che penderebbe sulla sua integrità. Una minaccia esterna, che in America Latina ha assunto agli occhi del populismo le sembianze dell’imperialismo statunitense o del comunismo, del protestantesimo e della massoneria o della globalizzazione e del Fondo Monetario Internazionale, a seconda dei casi e delle epoche; e una minaccia interna, quella portata dai cavalli di Troia, cioè da coloro che nel seno di quella comunità “immaginata” instillerebbero il virus di idee e modi di vita a lei estranee: i nemici interni, insomma, la cui gamma ha compreso infinite tipologie nella storia dei populismi dell’America Latina12.

In tal senso la “comunità” populista è antagonista della “società” liberale poiché non si richiama a presupposti contrattuali e razionali, bensì a fondamenta organiche. E’ una comunità olistica, dove l’insieme trascende la somma delle parti; in cui, cioè, la cittadinanza dell’individuo è consustanziale alla sua completa immersione nella comunità, fuori dalla quale si apre il territorio nemico abitato dagli antipopolo, un’espressione cara ai populisti latinoamericani di ogni conio ed epoca. Da figure,insomma, che l’organismo sociale incarnato dai populismi non può né intende metabolizzare poiché attenta alla sua omogeneità ed armonia. Da Fulgencio Batista nella Cuba degli anni ’30 a Hugo Chàvez nel Venezuela dei ‘90, dal colonnello Peròn in Argentina negli anni ’40 al generale Velasco Alvarado in Perù nei ‘70, che siano, si proclamino o siano percepiti di destra o di sinistra, autoritari o democratici, i populismi dell’America Latina appaiono accomunati dall’avversione per la democrazia rappresentativa di tipo liberale e la concezione sociale che essa sottende, cui contrappongono l’esplicita invocazione o l’implicita pulsione verso una  “democrazia organica”13. E’ in virtù di tale omogeneità che la comunità populista si esprime con una sola voce: quella del leader, una figura di cui gronda la storia del populismo latinoamericano, che non rappresenta, bensì incarna il suo popolo, di cui è il medium nella via verso la redenzione e la salvezza. Certo, l’immaginario populista non si manifesta allo stesso modo nelle diverse epoche e nei diversi contesti. Come insieme di valori e credenze, infatti, cambia e si adatta; talvolta è esplicito altre appena latente. Oggi, dunque, può convivere, seppur senza gioia, con quella democrazia rappresentativa che il populismo classico, tra gli anni ’30 ed i ’60, aveva più volte affossato. Proprio la sua capacità di adattamento, peraltro, ne rivela la forza e il radicamento. Forza che traspare dal carattere “delegativo” delle giovani democrazie dell’America Latina14, cioè dalla persistente tendenza dei Presidenti ad invocare la sovranità del popolo per scavalcare come un fastidioso intralcio quel “polo costituzionale” – il potere giudiziario, il Parlamento ecc. – che nelle democrazie rappresentative suole garantire contro la tirannia della maggioranza. Col che, a ben vedere, essi aspirano a ripercorrere lungo nuovi sentieri il vecchio tracciato populista che conduce alla riunione del leader col suo popolo nell’ambito di una comunità olistica, impermeabile alle “divisioni artificiali” imposte dalle istituzioni rappresentative. Tale natura della comunità populista, peraltro, è così radicata nella cultura politica latinoamericana da riaffiorare perfino, lo si è detto, in molti governi o leadership caratterizzatisi per il loro orientamento neoliberale; per avere, dunque, realizzato delle riforme di mercato così radicali da porsi, all’apparenza, in antitesti col comunitarismo populista. Anche in quei casi, infatti, l’ethos organicista non ha mancato di lasciare profonde tracce. Sia nei rapporti tra il leader e i propri adepti, per lo più improntati al culto fideistico della nuova religione neoliberale ed alla promessa di salvezza per il popolo minacciato da un nemico incombente: l’iperinflazione nell’Argentina del 1989, la guerriglia nel Perù del 1990. Sia nella concezione degli avversari, puntualmente convertiti in ostacolo alla rigenerazione nazionale e nemici della comunità nazionale da un’implacabile logica manichea15.

3. Il “momento populista” in America Latina 

Ma se il populismo in America Latina resiste e ritorna non è solo per l’immaginario che evoca e veicola, ma anche per le condizioni favorevoli di cui gode. Condizioni che ne favoriscono il frequente passaggio da cultura politica latente a opzione politica concreta. Vediamole. In generale il populismo suole scagliarsi contro determinate élites – politiche, economiche, intellettuali e così via – in nome del “popolo”, nell’accezione di cui si diceva, defraudato della sua sovranità da una sorta di oligarchia, composta ora dai partiti tradizionali, ora dai potentati economici, ora da intellettuali cosmopoliti, spesso da tutti costoro insieme, colpevoli di averne usurpato la rappresentanza. Tale “momento populista” suole peraltro coincidere col culmine di un lungo e profondo ciclo di trasformazioni che hanno prodotto in vasti settori della popolazione un effetto o una sensazione di dis-integrazione, vale a dire di smarrimento, insicurezza e perdita di identità16. In tali casi è assai probabile che il populismo trovi un clima favorevole ad accoglierne la promessa di re-integrazione, sia materiale sia simbolica. Ora, questo cortocircuito della rappresentanza si è prodotto e continua a prodursi con straordinaria frequenza in America Latina. Qui, infatti, ad una società segmentata, vieppiù frammentata fin dal trauma della Conquista, fa riscontro la cronica debolezza delle istituzioni democratiche. Detto altrimenti, esiste un vistoso contrasto tra le strutture democratiche dell’arena politica e quelle autoritarie delle relazioni sociali. Due elementi, va da sé, che si alimentano a vicenda, il cui riflesso è la diffusa estraneità di vaste fasce della popolazione, ansiose di integrazione materiale e riscatto etico, all’architettura della democrazia liberale. Per contro l’immaginario olistico, insofferente della rappresentanza politica ma connesso a una concezione sociale che postula l’unione armonica della società, invoca il nesso solidale che ne vincolerebbe i membri fin dalle origini, rivendica un vincolo diretto tra il popolo e colui che ne incarna l’identità in una sorta di “democrazia della rassomiglianza”17, conserva una diffusa legittimità. Piaccia o meno, infatti, esso risulta familiare e le sue risposte appaiono rassicuranti per gran parte di coloro che la democrazia rappresentativa stenta a rappresentare, perché poveri, marginali, indiani, neri, contadini senza terra o lavoratori senza occupazione, o per mille altre ragioni.

Alla luce di ciò, non è un caso che i pilastri dell’ordine populista latinoamericano, laddove il populismo si è fatto regime, siano stati gli organi funzionali della società, e non quelli tipici della democrazia liberale. I populismi al potere, insomma, dalla comunità organizzata di Peròn alla repubblica bolivariana di Chàvez, dal Partito della Rivoluzione Messicana di Càrdenas all’Estado Novo di Vargas, al di là dell’involucro istituzionale in cui si sono avvolti hanno fondato un ordine basato sulle corporazioni: i sindacati, le Forze Armate, la Chiesa, le università, i “gremios” industriali, gli organismi territoriali ecc., in diverse combinazioni a seconda dei casi. Viceversa i Parlamenti, i partiti politici, i governi locali hanno perlopiù svolto funzioni propedeutiche al consolidamento dei populismi al potere fungendo da canali di reclutamento clientelare delle reti politiche familiari. Reti la cui straordinaria forza testimonia la scarsa autonomia della sfera politica in un ambiente sociale dominato da un immaginario e da istituzioni prepolitiche, cui il populismo attinge a piene mani18. L’anima corporativa del populismo trova infatti riflesso nella sua natura antipolitica. Nel senso che la sua propensione a concepire la società come un insieme omogeneo lo porta ad individuare nella politica un artificioso veicolo di divisioni, dannose per la comunità che afferma di salvaguardare. Il che si esprime nella tipologia dei leader che di solito ne hanno preso le redini. Oltre ad essere degli outsiders, infatti, cioè degli uomini che vantano ed esibiscono una patente di estraneità al mondo politico, essi provengono spesso dalle fila militari: Peròn, Ibañez, Chàvez, Velasco Alvarado, Torrijos e molti altri ancora. Da istituzioni, cioè, elevatasi nella storia continentale ad incarnazione dell’unità nazionale, organicistiche per statuto e mentalità19. E’ proprio questo peculiare contrasto tra istituzioni rappresentative rachitiche e robusto immaginario olistico che troviamo alla fonte del peronismo in Argentina, dell’assiduo ritorno di Velasco Ibarra in Ecuador, della rivoluzione boliviana del 1952, dei successi elettorali di Vargas in Brasile nel 1950 e di Ibañez in Cile nel 1952, dei singulti populisti del lungo assestamento dell’ordine rivoluzionario messicano, delle mille pulsioni populiste che costellano la storia peruviana, panamense, nicaraguense, paraguayana. E che ha reso possibile l’ascesa di leader così diversi come Menem e Fujimori da un lato, sbocciati dalle rovine del modello statalista, e di Chàvez dall’altro, portato alla ribalta dall’agonia del bipartitismo venezuelano. D’altra parte, se questi sono i tratti del “momento populista”, si capisce l’ondata di populismo che coprì l’America Latina tra gli anni ’20 e i ’50 del ‘900, visti gli effetti dis-integratori della lunga modernizzazione cominciata a metà Ottocento; e si capisce che il populismo incalzi oggi, dopo un ventennio di convulsa “globalizzazione”.

4. Rivoluzione o rigenerazione. I paradossi del populismo latinoamericano 

Quanto detto aiuta a comprendere un apparente paradosso. Quello per cui in America Latina i populismi si proclamano rivoluzionari senza esserlo. O almeno, senza esserlo in senso tradizionale. Per un verso, infatti, è vero che i populismi intendono rigenerare una determinata comunità rovesciando le élite al potere ed il loro ordine politico: il porfiriato in Messico nel 1911, il regime della Concordancia in Argentina nel 1943, quello della “rosca” in Bolivia nel 1952, la partitocrazia in Perù nel 1968 e in Venezuela nel 1998 e così via. In questo senso, quindi, i populismi sono rivoluzionari, poiché producono un repentino ricambio delle élites politiche. Ma se appaiono rivoluzionari in relazione ai regimi che li precedono, nei confronti dei loro “nemici” insomma, non si può dire che i populismi lo siano altrettanto al momento di prospettare un nuovo ordine sociale, costruito sulle rovine del vecchio. Con grande scorno dei “veri” rivoluzionari, o sedicenti tali, molti dei quali nella storia latinoamericana, specie negli anni ’60 e ‘70, si sono accompagnati a questo o quel movimento populista nella speranza di raggiungere e coinvolgere nei propri disegni quel popolo cui non trovavano accesso; salvo imbattersi nell’evidenza che né i populismi né i loro popoli ne condividevano l’ideale rivoluzionario. Ecco dunque i Montoneros volgere le spalle a Peròn nel 1974, delusi dalla moderazione del vecchio leader, o le frange più radicali distaccarsi dall’Apra in Perù, o dal Mnr in Bolivia.

Come fautori della rigenerazione della comunità organica formata dal “popolo”, infatti, è al ristabilimento della sua armonia che aspirano i populismi. La loro rivoluzione, dunque, pur comportando spesso svolte radicali in favore di questo o quel ceto, mira a ristabilire l’equilibrio tra le diverse membra dell’organismo sociale affinché possano contribuire all’unisono al conseguimento del fine comune. Il sostegno, diretto o indiretto, tenue o radicale, a quella parte della società cheritengono penalizzata dalle trasformazioni in corso, non ha dunque nei populismi lo scopo di ribaltare le relazioni sociali, bensì quello di ricreare le condizioni della collaborazione tra le classi, il cui conflitto, frutto dell’impatto con il mondo esterno, minaccia la sopravvivenza e la riproduzione dell’insieme. Anche per questo non è sorprendente che i populismi, talvolta perfino il medesimo movimento populista in epoche diverse, siano talvolta “progressisti” e altre volte “conservatori”, ora legati ai lavoratori, ora ai proprietari20. La loro, in effetti, ha spesso l’aria di una sorta di  “rivoluzione preventiva” realizzata non solo nell’interesse dei suoi beneficiari immediati, ma anche di coloro che al momento ne sono penalizzati: dei ricchi e potenti nel caso dei populismi “sociali”, poiché il prezzo che accettano di pagare profitterà ai loro interessi futuri; dei settori popolari nel caso dei populismi neoliberali, che promettono loro i frutti a venire dei sacrifici sofferti. In sintesi, l’orizzonte ideale del populismo latinoamericano resta, nonostante tutto, quello della collaborazione tra le classi all’interno della comunità di cui esso ha tracciato i confini, di una sorta di terza via di impianto corporativo. Peròn e Chàvez, Vargas e Càrdenas, Paz Estenssoro e Velasco Ibarra, Gaitàn e Chibas: nessuno di loro ha mai preteso di distruggere il capitale o di socializzare i mezzi di produzione; semmai di “umanizzare” il capitalismo, per dirla con un’espressione cara a molti di loro, così da renderlo compatibile con la salute e l’armonia della società e il benessere del “popolo”.

Detto ciò, in America Latina come altrove, oggi come ieri, l’ambivalenza del populismo salta agli occhi, anche se gli elementi di tale ambivalenza non ne rivelano una contraddizione, quanto la natura più profonda. Da un lato, infatti, i populismi vi hanno spesso rappresentato dei canali attraverso i quali le masse si sono integrate e nazionalizzate. Ciò facendo hanno realizzato un’evidente funzione democratica, coronata generalmente da un vasto consenso, il che vale per Càrdenas come per Fujimori, per Menem come per Chàvez, nonché per i numerosi leader populisti cui i trascorsi dittatoriali non hanno impedito di accedere al potere col suffragio popolare, come nei casi di Peròn, Vargas, Ibañez e altri ancora. Come tali, lo si è visto, i populismi hanno colmato, con le loro peculiari modalità ed il loro afflato palingenetico, lo scarto, spesso abissale, tra le istituzioni democratiche e frange più o meno estese della popolazione. Dall’altro lato, però, i populismi hanno sempre manifestato un’esplicita tendenza escludente. In nome della “volontà” del popolo, infatti, del “loro” popolo, essi esprimono una radicale pulsione autoritaria, per non dire una vocazione totalitaria. Il popolo del populismo è il tutto, l’intero, il bene, la virtù, la nazione coi suoi tratti eterni e definitivi. Fuori da esso cova il male, la malattia che attacca il sano organismo della comunità. La logica manichea del populismo non lascia scampo. Decisi a rigenerare il popolo, a riscattarne l’identità pura e minacciata che essi e solo essi incarnano, si chiami peruanidad, argentinidad, brasilianidade o cubanidad, a realizzare un disegno provvidenziale, una missione salvifica e redentrice, i populismi sono impermeabili al pluralismo, nel quale, lungi dal cogliere la fisiologica risultante della differenziazione sociale, individuano la patologica manifestazione di divisioni artificiali introdotte nell’organismo sociale da qualche agente patogeno penetratovi dall’esterno. Come tale, il pluralismo è una malattia da estirpare. Dove pascola l’eletto, dunque, cioè il popolo, non può che penare il dannato, il reietto. Termini, questi ultimi, non casuali, dal momento che il manicheismo dei populismi latinoamericani ne rivela l’inscindibile nesso con un universo religioso quanto mai vitale e concreto, specie tra le masse popolari, i cui simboli e le cui liturgie, fatte proprie dal populismo, apparivano e spesso ancora appaiono assai più familiari, significative e comprensibili del rito elettorale, perlopiù riservato al mondo delle élite sociali e culturali. Eredi, consapevoli o meno, dell’immaginario organicistico di matrice cattolica dell’età coloniale, ma profondamente moderni, i populismi lo secolarizzano fino a proporsi quali fondatori di un nuovo credo, sorretto da una sorta di fondamentalismo morale e di esclusivismo ideologico21. L’immaginario populista e quello religioso, d’altra parte, hanno molti punti in comune: l’ordine naturale cui i populisti riconducono la comunità formata dal popolo, ha molto in comune con l’ordine divino dal quale, in una prospettiva religiosa tradizionale, discenderebbe l’ordine temporale. Nei due casi la natura legale-razionale del vincolo politico è rigettata in nome di un ordine rivelato cui si deve il fondamento della polis. Ciò non toglie che come fenomeno politico il populismo sia autonomo dalla sfera del sacro, tanto da fungere da vettore mediante il quale l’immaginario religioso tradizionale viene trasposto sul terreno moderno della polis. In tal senso è una sorta di “religione secolare”, col suo “verbo” e il suo “profeta”, i suoi culti e le sue liturgie: il tutto in nome del “popolo”.

5. L’America Latina, terra eletta del populismo 

L’America latina, dunque, è più di altri il continente del populismo. Come mai? In fondo, a ben vedere, il nucleo ideologico del populismo latinoamericano non si distingue in modo significativo da quello del populismo generico, tipico dell’esperienza storica dell’Occidente. Perché, allora, l’America Latina vi si presta di più, al punto da presentarsi come un fervente laboratorio populista sempre in ebollizione, da assurgere in taluni casi a emblema del populismo consolidato?

Per cominciare si può dire che se in generale il populismo rappresenta un credibile modello rivale della democrazia rappresentativa, allora il successo di quello latinoamericano è specialmente comprensibile. Per quanto l’esperienza democratica dell’America Latina sia stata spesso parodistica o incompiuta, infatti, resta il fatto che dall’indipendenza la legittimazione teorica dell’ordine politico vi è stato il popolo. A rendere così solida e poliedrica la persistenza del populismo in America Latina, allora, si direbbe il fatto che in nessun altro posto è divenuto così profondo il solco tra democrazia immaginata e democrazia reale, tra istituzioni democratiche formali e l’effettivo funzionamento del gioco democratico, tra aspettative e risultati22. Un solco scavato dallo scarto tra diritti politici teorici e diritti sociali e civili effettivi, tra cittadinanza formale ed accesso reale alle sue prerogative. Per molti cittadini latinoamericani, in effetti, l’esperienza democratica non ha comportato integrazione e partecipazione, né ha garantito l’accesso ai diritti universali che essa pure postula. Non sorprende, dunque, che laddove la democrazia rappresentativa si è rivelata insufficiente per abbattere le palizzate materiali, culturali, simboliche, etniche, che separano mondi lontani anni luce pur convivendo entro i medesimi confini, il populismo abbia rappresentato un effettivo canale di accesso delle masse alla dignità sociale e simbolica. Il carattere segmentato, storicamente e strutturalmente segmentato, delle società latinoamericane, benché di alcune più di altre, è dunque il primo elemento chiave per comprendervi la ricorrenza del populismo.

Tale elemento, tuttavia, sfocia nel populismo poiché confluisce con un secondo fattore, anch’esso scolpito dalla storia: con la pervasiva persistenza e vitalità, nell’esperienza storica dell’America Latina, di un immaginario sociale alternativo a quello della democrazia rappresentativa di tipo liberale; con l’immaginario olistico, cioè, le cui radici calano a fondo nelle strutture mentali e normative della cristianità coloniale. Un immaginario e delle strutture che l’evoluzione della storia latinoamericana si direbbe avere rafforzato, più che eroso, e che ancora oggi plasma i valori e le aspettative di tanti attori politici e sociali dell’America Latina. Il populismo, va da sé, ne è, nella sua straordinaria ricorrenza, l’emblematica forma di adattamento alla politica moderna, alla democrazia. Ma se questi due elementi – la società segmentata e la vitalità dell’immaginario olistico – sarebbero di per sé sufficienti a spiegare l’abbondante nutrimento di cui si pasce il populismo in America Latina, ve n’è un terzo che gli fornisce un carburante inesauribile, che funge da portentosa fonte propellente. Detto in modo un po’ antico, è il carattere periferico della modernizzazione latinoamericana. Il fatto, cioè, che le più profonde trasformazioni della società, della politica, della cultura, dei costumi latinoamericani si siano storicamente prodotte di riflesso, per osmosi, come il prolungamento di processi innescatisi in Europa o altrove, ha ingrassato a più non posso, e non cessa di farlo ancora oggi, le pulsioni populiste. Che fosse il liberalismo o la massoneria, il socialismo o l’anarchismo, il comunismo o l’imperialismo, i monopoli o la borghesia internazionale, le multinazionali o Wall Street, e chi più ne ha più ne metta, il cambiamento veniva da fuori. O così pareva. Inutile dire che i populismi ne hanno ricavato enormi credenziali ogniqualvolta hanno invocato l’union sacrée del popolo e della nazione contro il nemico alle porte; contro lo straniero o l’estraneo che ne assaltava le virtù, l’identità, l’armonia.

In conclusione, dunque, è lecito osservare che poggiando su basi così precarie, la politica ha perlopiù mancato, nella storia dell’America Latina, il suo compito di articolare e metabolizzare le differenze sociali riconducendole a valori e regole condivise. Di conseguenza è divenuta un territorio pericoloso, un campo di battaglia dove il populismo è divenuto spesso un efficace strumento di integrazione degli esclusi attraverso il richiamo ad una sorta di comunità originaria. Una comunità che i movimenti populisti si propongono di ricondurre alle sue radici, le quali, come si èvisto, affondano nella sfera sociale piuttosto che in quella politica e richiamano una cosmologia religiosa. Nell’azione del populismo, così, l’azione politica tende perlopiù a riflettere una pulsione escatologica, stentando a conseguire autonomia, dignità e legittimità. La logica manichea che la ispira tende a ridurre i conflitti a guerre religiose, a scontro tra verità assolute e opposte palingenesi, tra tipi antropologici impossibilitati a convivere. In tal senso il populismo, pur nella sua modernità, rivela la debolezza storica dell’ethos liberale in America Latina, la sua difficoltà a fungere da collante politico più accattivante e promettente, agli occhi di tanta parte della popolazione, dell’antico richiamo ad una comunità omogenea e rassicurante, incarnata dal populismo, capace di dare risposta all’eterna ricerca di senso e appartenenza degli individui e dei gruppi umani. Parimenti, in termini storici, il populismo riflette il peculiare, e per tanti versi incompiuto passaggio dell’America Latina dall’ordine antico a quello moderno, dalla sovranità di Dio a quella del popolo; quel passaggio nel corso del quale si è spesso perso o mancato il cammino verso l’allargamento della cittadinanza democratica che avrebbe potuto svuotare poco a poco un paesaggio sociale e ideale dominato dalla matrice organicista, dal mito dell’armonia sociale quale riflesso della volontà divina, dall’alternativa redenzione-dannazione, dal ripudio del pluralismo come manifestazione di una patologia della vita collettiva, dal dogma dell’unanimismo religioso, trasformato dal populismo in quello dell’unanimismo politico e spirituale.

NOTE

1 Questo articolo riprende e condensa alcune riflessioni realizzate altrove. Rimando perciò ai miei Il populismo. Sul nucleo forte di un’ideologia debole, «Polis», a. XVI, n. 2, agosto 2002, pp. 263-292;  Io, il popolo. Note sulla leadership carismatica nel populismo latinoamericano, «Ricerche di Storia Politica», n. 3/2002, pp. 431-440 e La sindrome del cavallo di troia: l’immagine del nemico interno nella storia dell’America Latina, «Storia e Problemi Contemporanei», n. 35, a. XVII, gennaio-aprile 2004, pp. 107-135.

2 Su questi esempi cfr. R.Gillespie, Soldados de Peròn: los Montoneros, Buenos Aires, Grijalbo 1987; R.M. Levine, Father of the poor? Vargas and his era, Cambridge university press, Cambridge 1998; S. Stein, Populism in Perù: the emergence of the masses and the politics of social control, Madison, University of Wisconsin Press 1980.

3 Le riflessioni di G. Germani sul nazional-populismo nel suo Tradizioni politiche e mobilitazione sociale alle origini di un movimento nazional popolare: il Peronismo, in L. Garruccio, Momenti dell’esperienza politica latino-americana. Tre saggi su populismo e militari in America Latina, il Mulino, Bologna 1974.

4 In tal senso il populismo dell’America Latina non fa eccezione. Sull’orizzonte democratico in cui si inserisce in generale il populismo hanno insistito di recente Y. Mény e Y. Surel, Populismo e democrazia, Bologna, Il Mulino, Bologna 2001. La fondamentale precisazione secondo cui la sfera entro la quale il populismo declina il suo ideale democratico è quella sociale risale a I.Berlin, Il riccio e la volpe e altri saggi, Adelphi, Milano 1986.

5 Una casistica relativamente ampia di populismi si trova in M. Conniff (ed.), Populism in Latin America, The University of Alabama Press, Toscaloosa 1999.

6 Sul dibattito in questione cfr. D. Quattrocchi-Woisson, Les populismes latino-américains à l’épreuve des modèles d’interprétation européens, «Vingtièmes Siècle», octobre-décembre 1997.

 7 Cfr., per esempio, P. Cammack, The resurgence of populism in Latin America, «Bulletin of Latin American Research», v. 19, 2000, pp. 149-161. In questo genere di produzione si inscrive anche M.Sznajder, Il populismo in America Latina, «Ricerche di Storia Politica», n.3/2004.

8 Cfr., per esempio K. Roberts, Neoliberalism and the transformation of populism in Latin America: The Peruvian Case, «World Politics», v. 48, n. 1, 1995, pp. 82-116.; G. Philip, The new populism, presidentialism and market-oriented reform in Spanish South America, «Government and Opposition», n. 33, 1998, pp. 81-97.

 9 Tra i più acuti sostenitori di tale compatibilità è K. Weyland, Clarifyng a Contested Concept. Populism in the Study of Latin American Politics, «Comparative Politics», october 2001, pp. 1-22.

 10 Di “strategia politica” parla K.Weyland, Neopopulism and neoliberalism in Latin America: how much affinity?, «Third World Quarterly», v. 24, n. 6, 2003, pp. 1095-1115; cfr. anche A. Knight, Populism and Neo-populism in Latin America, especially Mexico, «Journal of Latin American Studies», v. 30, 1998, pp. 223-248; C. de la Torre, The Ambiguous Meanings of Latin American Populism, «Social Research», v. 59, n. 2, Summer 1992, pp. 385-414.

11 E. Durkheim, La divisione del lavoro sociale, Ed. di Comunità, 4a ed., Milano 1989.

12 “Comunità immaginata” nell’accezione di B.Anderson, Imagined communities: reflections on the origin and spread of nationalism, London, Verso 1991

 13 R.Dix, Populism: authoritarian and democratic, «Latin American Research Review», v. 20, n.2, 1985, pp. 29-52; per la matrice organicista nei casi citati cfr. R. Whitney, State and Revolution in Cuba. Mass Mobilization and Political Change, 1920-1940, Chapell Hill and London, The University of North Carolina Press 2001; S. Ellner – D. Hellinger (eds.), Venezeluan Politics in the Chàvez Era, London, Lynne Rienner 2003; L. Zanatta, Peròn y el mito de la Naciòn catòlica, Buenos Aires, Sudamericana 1999; S. Stein, Populism in Peru, cit.

14 G.O’Donnell, “Delegative Democracy”, «Journal of Democracy», v. 5, n° 1, January 1994.

15 Sui casi di Argentina e Perù si vedano M. Novaro, Populisme, réformes libérales et institutions démocratiques en Argentine (1989-1999), «Politique et Sociétés», v. 21, n. 2, 2002, pp. 79-100; B.H. Kay, Fujipopulism and the Liberal State in Peru, 1990-1995, «Journal of Interamerican Studies and World Affairs, v. 38, winter 1996-1997, pp. 55-98. L’adattamento della tradizione organicistico-corporativa alle riforme di mercato è stato più che mai evidente nel regime cileno del generale Pinochet. Un caso emblematico in P. Arancibia, C. Arancibia, I de la Maza, Jarpa. Confesiones polìticas, Santiago de Chile, la Tercera Mondadori 2002.

 16 Cfr. Y. Mény e Y. Surel, Populismo e democrazia…, cit., p. 169.

 17 G. Hermet, Les populismes dans le monde. Une histoire sociologique. XIXe-XXe siècle, Paris, Fayard 2001, pp. 59-61.

 18 Cfr. D. Balmori, S.F. Voss, M. Wortman, Notable Family Networks in Latin America, Chicago U.P., Chicago 1984.

 19 B. Loveman, For la Patria: politics and the armed forces in Latin America, SR Books, Wilmington 1999.

20 Il caso più eclatante, ma tutt’altro che unico, è in tal caso il peronismo nella sua parabola da Peròn a Menem, cfr. A. Boròn et al., Peronismo y Menemismo, Buenos Aires, El Cielo por Asalto 1995.

21 L’immaginario religioso dei populismi può comportare, come nei casi di Vargas e Peròn durante le prime fasi dei loro regimi, l’alleanza tra i populismi e la Chiesa. Nel complesso, tuttavia, la forma secolare che tendono ad imporre all’immaginario religioso porta i populismi a competere sul medesimo terreno dell’istituzione ecclesiastica, con la quale entrano in conflitto. Per alcuni esempi sull’universo ideale protoreligioso di Peròn cfr. R.Di Stefano, L.Zanatta, Historia de la Iglesia argentina. Desde de la Conquista hasta fines del siglo XX, Grijalbo-Mondadori, Buenos Aires, 2000, pp. 513-555; su quello di Eva Peròn cfr. M. Navarro, Evita, Buenos Aires, Planeta 1994; su quello di Gaitàn cfr. D.H. Henderson, Modernization in Colombia: the Laureano Gómez years, 1889-1965, Gainesville, University Press of Florida, 2001; su Vargas e il cattolicesimo cfr. S. Mainwaring, The Catholic church and politics in Brazil, 1916-1985, Stanford, Stanord University Press 1986.

 22 Y. Mény e Y. Surel, Populismo e democrazia…, cit., p. 26-27.