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Il pugno bianco di Trump

L’immagine non proviene dalle patrie galere ma rimbalza comunque sui nostri schermi, e il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America è riuscito a inserirlo anche nel proprio discorso inaugurale.

Si tratta del ben noto pugno bianco, ripreso dal movimento politico White Power negli anni ’80 del novecento.

L’origine del pugno chiuso viene dal dadaista John Heartfield, che nel 1924 riuscì a trasformare un’espressione naturale di collera in una “forma simbolica fissa” , introdotta poco dopo dalla Rfkb (Roter Frontkämpferbund) come saluto d’ordinanza, nei movimenti della sinistra rivoluzionaria. Il pugno chiuso rappresenta l’unione dei lavoratori (fragili se divisi, come le dita di una mano) in grado di spezzare l’opposto saluto fascista: aperto, piatto e rigido.

Ancora coerente nel suo significato (come forma di lotta degli oppressi), viene adottato anche dall’organizzazione Black Power negli anni ’60 (il pugno chiuso a capo chino) e passerà solo vent’anni dopo ad uso e consumo del White Power come simbolo completamente stravolto.

Il simbolo in mano ai suprematisti bianchi non indica la lotta degli sfruttati, degli oppressi, degli ultimi o i marginali. È un simbolo di odio razziale e di violento revanscismo macista.

Probabile suggerimento del consulente antisemita Steve Bannon, il pugno di Trump non è quindi rivolto agli sfruttati ma ai bianchi, di qualsiasi classe e ceto.

È un pugno che grida vendetta per un’improbabile ingiustizia subita, mentre addita come razzisti quei “progressisti” che hanno svalutato la pelle bianca all’interno del mercato globale.

È un elemento di anti-anti-razzismo dal momento in cui non rivendica apertamente il proprio inconfondibile razzismo ma, in maniera viscida, suggerisce che la popolazione di pelle bianca (esclusa ovviamente quella ebraica) stia subendo un torto spettacolare e che, una volta eliminata la controparte cromatica (messicani, neri e quant’altro), ogni malefico piano d’invasione possa essere dimenticato. Solo a quel punto i bianchi potranno tornare a godere dei sani frutti del libero mercato.

Lo ha detto il Presidente Trump: il potere è ora nelle mani del popolo fin tanto che ricorda di comprare americano e assumere americani! La nuova agenda presidenziale non parla invece di sfruttamento della mano d’opera straniera o di delocalizzazione.

Se le parole di Trump indicano il “sangue dei patrioti” come indipendente dal colore della pelle, il suo pugno suprematista ricorda ai suoi elettori più feroci dove è diretta l’agenda presidenziale.

Perché i tuoi amici continuano a seguire InformareXResistere?

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Il banner che InformareXDesistere ci propone è l’apoteosi del revisionismo storico.

L’uomo catturato dalla famosa foto del 1936 è August Landmesser, operaio tedesco antinazista.

Informare X Resistere riprende il focus sulla pecora nera antifascista rovesciandone il significato: stende un velo LGBTQ sul popolo nazista e mostra l’oppositore come un eroe eterosessuale. In questo modo

  1. si compie l’artificio omofobo, trasformando un ribelle in un tradizionalista;
  2. i tradizionalisiti (che si credono rappresentanti ufficiali della maggioranza eteronormata) compiono un paragone storico orripilante fra le piccole vittorie di minoranze oppresse e i regimi totalitari;
  3. la fantasia paranoide riguardante una fantomatica “ideologia gender” è capace di far esplodere una marea di altri accostamenti infami (come quello fra l’Olocausto e, a detta dei tradizionalisti cattolici, l’aborto-genocidio).

È del 26 giugno 2012 il nostro primo articolo su IXR. Ok, siamo un piccolo blog poco seguito su piattaforma non proprio mainstream… però di articoli sul fenomeno ne sono usciti eccome, anche su riviste online piuttosto note

… perciò, se ancora vi chiedete perché i vostri amici seguano un blog colmo di panzane mal scritte da integralisti cattolici in vena di far soldi, partite da un presupposto: chi vi sta vicino adora i ciarlatani.

I traditori di Tolkien

Ovvero.

Come mettere la camicia nera alla narrativa

Il 20 gennaio 2003 a Pavia alcuni attivisti del Centro Sociale Barattolo vengono aggrediti da militanti di Forza Nuova incontrati al cinema.

Il film che veniva proiettato in quell’occasione era il Signore degli Anelli.

Che cosa può portare dei picchiatori neofascisti alla proiezione del film tratto dall’omonima opera di Tolkien?

Per capirlo dobbiamo andare a guardare nel passato della destra italiana.

Giugno 1977, nel pieno delle mobilitazioni operaie e studentesche, del conflitto sociale generalizzato, dell’onda lunga e montante del ’68: il neofascismo italiano è rappresentato innanzitutto dal Movimento Sociale Italiano (MSI), casa madre da cui si muovono tutte le anime dell’estrema destra.

Tra queste si distingue una componente di base “movimentista” (che cerca di imitare scimmiescamente la sinistra extraparlamentare) che finisce per uscire dal MSI in rottura con il padre-padrone Almirante e dare vita a vari gruppi (Ordine Nuovo, Terza Posizione, etc.).

È da quest’area che nascono i Campi Hobbit, che mischiano il “tradizionale” aspetto paramilitare a  iniziative “controculturali” su modello della Nuova Sinistra (non a caso si parlerà di Nuova Destra).

Fra i gruppi che suonano a questi raduni, fra gli altri, ne troviamo uno che si chiama “La Compagnia dell’Anello”.

campohobbit2Proprio in quelli anni il Signore degli Anelli (che da adesso per semplicità citeremo con l’abbreviativo SdA) di Tolkien viene infatti tradotto in italiano per i tipi dell’editore Rusconi, un conservatore, con un direttore responsabile di destra, Alfredo Cattabiani, con curatori di destra, come Quirino Principe, e una prefazione di un transfugo della sinistra quale Elémire Zolla.

Se ‘tradurre’ significa anche ‘tradire’, in questo caso la traduzione è stata completa.

I traduttori/traditori italiani di Tolkien adoperano una strategia di cui era maestro Julius Evola, indiscusso riferimento teorico del neofascismo: nell’introdurre un autore in Italia, costruire attorno ad esso un proprio discorso – un’impalcatura ideologica diciamo – approfittando del fatto che esso non è conosciuto diversamente.

Il caso di Tolkien rende l’idea di questo modo di agire della destra e dei suoi principali strumenti: la lettura simbolista, la decontestualizzazione e l’elisione.

Significano in buona sostanza: vedere ciò che interessa, ignorare quello che non si vuole vedere, eliminare quello che non si può ignorare.

Alla base della lettura simbolista c’è l’idea che nel testo siano rintracciabili elementi simbolici con un significato esoterico (cioè “accessibile a pochi”) che prescinde dal contesto e a volte anche dall’intenzione dell’autore che ne può fare un uso inconsapevole.

Simboli non storicizzabili, in quanto non riferibili a delle “tradizioni” ma bensì alla “Tradizione” e pertanto riconoscibili solo da un’élite di persone “spiritualmente superiori” (questo in linea col razzismo spirituale predicato da Evola, contrapposto al razzismo biologico nazista: non vi sono razze superiori ma solamente persone superiori a tutte le altre).

Ma nella loro operazione di appropriazione di Tolkien, i curatori si trovarono a dover rimuovere una forte contraddizione: mentre loro, in linea con il pensiero di Evola, davano al testo una lettura neopagana, il SdA è “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica” come scrive lo stesso Tolkien in una lettera.

Tale orientamento viene esplicitato in un passaggio, quando Gandalf rimbrotta Teoden lo esorta a non comportarsi come i “re pagani”.

Dato che le vicende fantastiche del SdA si collocano in un epoca di gran lunga precedente all’avvento di Cristo, un simile aggettivo non avrebbe in quel contesto alcun significato se non quello di ribadire l’orientamento di fondo dell’opera.

Per questo motivo i traduttori/traditori di Tolkien omettono l’aggettivo, che sarebbe risultato quantomeno imbarazzante per la connotazione neopagana che attribuivano all’opera e che rispecchiava il loro orientamento politico.

Inoltre il messaggio del cattolico Tolkien, che pure in politica si poteva definire un conservatore (si espresse in una disputa con l’amico C.S. Lewis – l’autore delle Cronache di Narnia – a favore del regime franchista in Spagna, inorridito dalle persecuzioni anticlericali ad opera delle forze repubblicane) conteneva elementi inconciliabili con il pensiero di destra.

Il perdono e la redenzione sono tematiche cristiane che ritroviamo nel rapporto fra Frodo e Gollum (è il perdono che cambia Gollum e lo porta, con il suo sacrificio finale a distruggere l’anello).

Sopratutto la trilogia è attraversata da un sconfessione dell’ideale guerriero “della bella morte”.

Tema questo trasversale a tutta la destra, al punto da ritrovarlo sia nel motto del Tercio spagnolo [il movimento paramilitare fascista di Francisco Franco] “Viva la muerte!” e nel canto, dall’emblematico titolo “Il fidanzato della Morte” (Sono un fidanzato della morte/ che va unirsi con forte laccio/ a questa leale compagna), sia in una canzone della Guardia di Ferro [milizia fascista ungherese] pervasa da un’autentica frenesia canora necrofila (La morte, soltanto la morte, legionari/ è un lieto sposalizio per noi/ i legionari muoiono cantando/ legionari cantano morendo).

Un episodio del SdA che i cultori di destra volutamente travisano è quello della furia di Èomer, che per vendicare la morte della sorella (che sotto panni maschili si era unita all’esercito di Rohan), decide di partire contro le fila nemiche cercando la morte.

Enrico Bassano lo definisce “uno slancio distruttivo e nichilistico” e lo inquadra positivamente come un esempio di quanto gli abitanti della Terra di Mezzo sono disposti a dare per la propria libertà.

Peccato che Èoywn non sia affatto morta e il sacrificio di Èomer sarebbe inutile: nel racconto non si tratta di un esempio da seguire, ma piuttosto di quello che succede quando nel momento del bisogno si perde la testa.

La stessa Èoywn parte per la guerra intenzionata a trovarvi la morte e quell’onore che in una società patriarcale le è precluso, ma alla fine abbandona questo proposito e affronta il capo dei Nazgul con freddezza (senza smanie canterine necrofile).

Ritroviamo maggiormente l’ideale guerriero nella trasposizione cinematografica hollywoodiana (sull’eroismo hollywoodiano, anche solo quello più recente, ce ne sarebbe da dire), che in questo e in altri aspetti si discosta dal libro.

Se da un lato dunque l’opera di Tolkien contiene elementi (un mondo perduto, dominato da una casta guerriera, spade, battaglie, etc.) che, presi a sé stanti e decontestualizzati, predispongono i lettori in camicia nera al genere fantasy (ricordiamo bene come Gianluca Casseri, responsabile dell’omicidio di due ragazzi senegalesi a Firenze, fosse un dozzinale scrittore fantasy e al tempo stesso come Iannone abbia in un occasione citato il ciclo arturiano ai suoi), dall’altro bisogna riconoscere però che gli immaginari vivono anche una vita propria, in grado di essere legata ai contenuti più diversi.

Il SdA divenne negli anni ’60 un simbolo della contestazione studentesca negli atenei statunitensi (dove comparirono slogan come “Gandalf presidente” e “Frodo vive” ) e del nascente movimento ecologista, tutt’altra cosa rispetto al “nazional-ecologismo” portato avanti da Casa Pound attraverso il sotto-marchio “La Foresta che Avanza” (che nel suo nome contiene un riferimento agli Ent tolkeniani, i pastori di alberi che hanno forma di alberi con tratti antropomorfi, a loro volta ispirati al Machbeth di Shakespeare).

E fu sempre la forte critica alla società industriale che colpì i giovani lettori italiani di Tolkien degli Anni ’80, periodo in cui sorse anche in Italia un movimento ecologista.

Il conflitto fra industrializzazione, rappresentata dagli orchi e le loro fucine a Isengard e Mordor, e natura non si riduce in Tolkien in un primitivismo o in una sorta di “socialismo feudale”

La Contea, realtà rurale per eccellenza, non viene proposta come un’isola felice (non del tutto per lo meno).

Bilbo – protagonista del “Lo Hobbit”, romanzo che introduce il mondo e i personaggi del SdA – lascia la Contea (alla fine per sempre) e abbandona anche la sua mentalità provinciale, tant’è che quando, ritornato lì, si rende conto di aver perso la propria rispettabilità (per le frequentazioni con degli autentici “extracomunitari” quali stregoni, nani ed elfi), non se ne dispiace poi così tanto.

Le piccole meschinità di un ambiente rurale sono magistralmente descritte nei rapporti fra Bilbo e i parenti (che desiderano impossessarsi dei suoi beni), così come nel ritorno di Frodo, Sam, Meriadoc e Pipino, quando trovano la Contea in mano a Sauroman, che aveva fatto leva  proprio sulle avidità e gli egoismi di alcuni hobbit.

Non è pertanto automatico che un genere letterario come il fantasy divenga o fuga dalla realtà (anche perché ogni finzione si nutre necessariamente di realtà) o veicolo di valori tradizionalisti e quindi carburante mitopoietico a disposizione dei vari gruppuscoli neofascisti, ma anzi può essere attraversato come critica della realtà e in ciò forma embrionale di conflitto.

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Murales realizzato da Blu, sulla facciata dello storico centro sociale bolognese Xm24: i personaggi tolkeniani sono reinterpretati inserendoli nella realtà del movimento antagonista bolognese

 

 

 

 

Fonti: sitografia e bibliografia.

Per approfondire l’argomento consigliamo i podcast di un incontro a cui sono intervenuti Wu Ming 4 (del collettivo di scrittura Wu Ming) e Roberto Arduini della Società Tolkeniana Italiana, a cui questo articolo deve quasi tutto: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=3423

Segnaliamo anche alcuni articoli apparsi su Giap, il blog dei Wu Ming, riguardanti Tolkien.

Sull’ideale dell’eroismo nordico http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2076.

Su come l’opera di Tolkien sia ancora conosciuta con approssimazione e  una buona dose di provincialismo in Italia http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11054.

Sulle divisioni di classe nel mondo della Terra di Mezzo http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7264.

Un altro sito di “cultura di opposizione” che si è occupato spesso e volentieri del Signore degli Anelli e del suo autore è Carmilla: http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003302.html#003302

Per capire nello specifico i concetti di Tradizione e Simbolismo, nonché l’importanza di Evola all’interno del neofascismo è una lettura imprescindibile il già citato “Cultura di destra” di Furio Jesi ma si possono vedere anche i seguenti contributi:

Franco Ferraresi, Da Evola a Freda. Le dottrine della Destra Radicale fino al 1977, in F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Giangiacomo Feltrinelli editore, 1984, pp. 13-53;

Id., Minacce alla democrazia, Milano, Giangiacomo Feltrinelli editore, 1995, pp. 61-103;

A. Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Roma, Donzelli, 2010, pp. 117-135.

Che amino odiare

563482_10152604718165296_1781524017_nChe amino riconoscere l’identità per identificare il diverso.

Ci rifaremo alla semplice esposizione dei Wu Ming per comprendere l’importanza della costruzione del Nemico, ci rifaremo anche all’importanza, attribuita dallo storico Mosse, per comprendere la fondamentale scolastica nella costruzione dell’odio. Possiamo rifarci a molti scritti e molte analisi giocate sulla pelle dei bambini nella ridicola diatriba sull’essenza di destra o di sinistra del fanciullo.

Ci limiremo invece a notare una sola cosa nell’immagine qui a sopra riprodotta: la spontaneità. E’ spontanea nel senso che non rivendica un Ordine preciso della situazione: i gesti, le posizioni, lo stare seduti insieme (naturalmente con un differenziale fatto in seggiola per gli adulti, probabilmente istruttori).

Oggetti alla rinfusa, scomposizione dei corpi, disordine vitale premuto fra quattro mura bianche e quattro vessilli rossi/neri. Il fondo, dove cade lo sguardo dei fanciulli, è in direzione di un’assenza segnata da vessillo e logo neonazista.

La guida, per eventuali dubbi, la si trova inclinando il capo leggermente a destra.
La via di fuga rimane a sinistra.

Verona – città in fondo a destra

VENETICA-citta-fondo-destra[ritaglio]Verona, febbraio 2013. Situazione incandescente sui giornali, in università, nello scenario politico locale. Ad accenderlo un dibattito sulle foibe con la discussa professoressa Kersevan. Non interessa qui entrare nel merito della situazione, ma analizzare, seppur in modo minimo e coinciso, il vittimismo dei gruppi di destra. Questi ultimi, in questi giorni, si sono lamentati di un fantascientifico connubio tra istituzione universitaria e “Kollettivi comunisti, di sinistra anarchici”. Il linguaggio politico torna nel pieno della guerra fredda. Sembra essere tornati al 1948 quando le elezioni politiche nazionali mettevano in subbuglio il multiforme mondo della destra e dei moderati italiani, contro il pericolo comunista. Su Verona Fedele il direttore scriveva:

“La vittoria di una parte, di un “fronte” vuol dire, in parole povere, questo: domani noi saremo costretti a pensare, mangiare, a lavorare tutti sotto la sferza, all’ombra di un capestro. I nostri bimbi non avranno la certezza di essere educati secondi i principi cristiani e italiani”.

Questo il temibile pericolo comunista, che spinge un consigliere comunale ad affermare che

“Questi finti studenti, sedicenti demoratici, da tempo lavorano per delegittimare la verità storica sulla tragedia italiana in quelle terre, al solo scopo di riabilitare un’ideologia nefasta, sanguinaria, condannata dalla storia sotto il peso di oltre 100 mln di morti. L’ideologia comunista! Non posso, prima ancora che come rappresentante delle istituzioni, come uomo libero non denunciare con forza questo indegno insulto.”

Peccato che a Verona sembra di respirare spray urticante per la pesantezza che la componente neofascista ha assunto a livello istituzionale. Da un consigliere che non condanna le violenze di gruppi di estrema destra e denuncia le violenze del comunismo, ad un sindaco condannato per istigazione all’odio razziale. Ma se ciò non bastasse quelli che furono i “sinistri” del Movimento Sociale Italiano, come fu per quest’ultimo, si legittimano nel quadro istituzionale locale facendosi eleggere in lista Tosi, cioè il Sindaco di Verona, nonchè segretario della Liga Veneta. Non so voi, ma noi qualche contraddizione la annusiamo nell’aria. D’altronde è anche ormai scontato ricordare che l’ex cantante dei Gesta Bellica è completamente all’interno del quadro istituzionale, sempre in vicinanza al sindaco come coordinatore della lista e come presidente di un importante azienda a partecipazionepubblica. A questa lista si aggiungono poi i giornali, in cui i giornalisti non lesinano posizioni conservatrici notorie in alcuni casi, semplicemente servili in altri. E, infine, l’università in cui il presidente del consiglio degli studenti è un rappresentante di Azione universitaria, estremamente tendete ai gruppi di estrema destra (non è stato difficile individuarlo in cortei di blocco studentesco) e dove il rettore, proprio su pressione di questi gruppi, si piega gentilmente, chissà per quali interessi politici. Come dire, i Kollettivi hanno in mano la nomenklatura della città, state attenti, che vi mangeranno i bambini.

Riferimenti esterni – oltre agli articoli già linkati si vedano i seguenti:

Articolo dell’ Arena del 12/02

Articolo del Corriere di Verona del 12/02

Articolo Arena del 13/02

Comunicati vari in merito ai gravi fatti di Verona

Comunicato di Blocco Studentesco

Comunicato Lotta Studentesca

Altri articoli in merito ai rapporti tra istituzioni e gruppi neofascisti a Verona

L’Espresso – Tosi innamorato dei fascisti

Giovani Indignati – I volti del fascismo a Verona

Riferimenti bibliografici – il nome dell’articolo non è preso dal cappello magico:

Emilio Franzina (a cura di) – La città in fondo a destra

Emanuele Del Medico – All’estrema destra del padre

 

L’anti-nazismo nazionalista

url-3Come mistificare una problematica storica rendendo vuote le parole e i fatti che composero (e tutt’ora compongono) il cangiante fenomeno del fascismo?

Abusando della stessa parola ‘fascismo’, proponendola in discorsi e luoghi non pertinenti, stravolgendone il significato ora attribuito a questioni e problematiche che, per quanto legate alla feroce aggressività del capitale, nulla hanno a che fare con la questione identitaria, anzi. Franco Berardi Bifo scrive a proposito dell’antieuropeismo dilagante (nutrimento dei nuovi nazionalismi, localismi e fondamentalismi) in quest’ultimo numero di alfabeta2 “Nell’agonia d’Europa”:

“Questa guerra assumerà forme diverse: in Grecia larga parte delle forze di polizia e dell’esercito sono legate al partito nazista, e il nazionalismo antieuropeo potrà innescare la risposta di destra alla crescita di Syriza. in Spagna si scontreranno forze disgregative dello stato nazionale e reazione centralista nazionalista. Possiamo immaginare cosa possa accadere in Ungheria, in Romania, ma anche in Belgio, mentre ovunque si ripresenta il fantasma dell’odio antitedesco: ad Atene il giorno della visita di Angela Merkel gruppi di giovani bruciavano bandiere con la croce uncinata”.

Il capitale crea i nuovi disperati insomma, contro l’europa del capitale e in nome di uno stato più piccino. Corpi insieme costretti nelle piazze ma incapaci di condividere nela vita.

Futbolìn

Ladri di ricordi e simboli ma pure di ninnoli e giochi.

E’ il caso di ricordare l’origine umana e rivoluzionaria del mal definito calciobalilla. Inventato nel 1936 da Alejandro Finisterre, poeta ed editore antifranchista, il futbolìn nasce con l’intenzione di dare nuova gioia ai bambini e ragazzini mutilati dalla guerra. Potremmo aprire pure una parentesi sulla parola “balilla“..ma si sa, i nazifascisti mangiano tutto: dai monumenti alle canzoni pop.

 

Animalisti senza idee

La promessa di superare le antiche barriere ideologiche non è certo naif, è piuttosto antidiluviana e infida.

I cosìdetti esperimenti “oltre” si rivelano, almeno qui nell’assolata, fuffe preistoriche capaci solo di assecondare i movimenti di stomaco di intere generazioni a digiuno di politica. La prospettiva del “nè destra nè sinistra” è quantomai strumentale ai fini dell’efficacia propagandistica di chi intende candidarsi contro la “casta”o di chi, a destra, cerca, da sempre, l’appianamento valoriale, il populismo becero e coatto che , mentre sbava contro il Nemico/Male, cerca l’eterna Identità/Razza.

Succede pure nel mondo animalista, anzi antispecista.

Marco Maurizi ben spiega il portato semantico della sfida antispecista introducendo una ponderata critica a certo tipo di identitarismo “di casa”. Basi critiche per poter affrontare le dinamiche pratiche e teoriche interne al movimento animalista, così come a quello antifascista oramai congestionato dal peso di una morale identitaria formata sulla somma di parti fra loro contraddittorie e ipertroifizzate. Il mancato assorbimento dell’attività critica di matrice linguistica da parte dei movimenti antfascisti è di fronte ai nostri occhi ogni giorno: mancano i saperi critici, mancano nuovi modi di comunicare alla generazioni più giovani, mancano pratiche efficaci per contrastare la marea bruna. L’antispecismo di Marco Maurizi va, felicemente, in direzione contraria.

Ciò non ha nulla a che fare con gli interventi reazionari e finto novisti di certo pragmatismo liberal-animalista, che formula la propria critica forzando l’interpretazione del lessema “antispecista” (un guazzabuglio di apoliticità vs politichese e riduzione dell’antispecismo a sinonimo di animalismo). Questo è l’antispecismo debole ma filofascista che parte “dai più deboli in assoluto” e smette “di litigare per cazzate”. Formula già sentita nel richiamo all’uniamoci per la Rivoluzione! il resto lo risolviamo poi…si scollega dalla realta un tema specifico (animalismo)  con la pretesa di creare del nuovo. “Basta e avanza l’angoscia per la liberazione del mondo animale” per sfondare un sistema vita basato sul rispetto dell’Altro e riaprire la strada a quel processo di sacralizzazione della Natura che strizza l’occhio al paganesimo animista piuttosto che ad un effettivo processo di liberazione animale. Quello che piaceva all’esoterismo nazista, per intendersi. Hitler era vegetariano e chissene se bruciava uomini, donne e bambini nei forni. Solo gli animali contano.

Insomma la destra estrema, con complici gli utili idioti novisti sedicenti liberi, ricerca legittimità fra le fila della lotta di liberazione, in questo caso animale. Ci sono gli antivivisezionisti dell’Autonomia Nazionale e i 100% animalisti accompagnati dal Partito Animalista Europeo, partito forte dello stesso slogan qualunquista e adatto ad ogni situazione: in giallo con gli amici ecologisti, in nero con gli affini fascio-pagani.

V

Bisogna avere un’abnorme faccia di bronzo per prendere il protagonista dell’opera di Alan Moore e farne prima un eroe semplicemente democratico ed antitotalitario (come nel film), poi sfruttarlo per la propria propaganda politica attraverso il riferimento al simbolo (v), la maschera di Guy Fawkes e il vocabolario rivoltoso.
Non ci riferiamo solo al movimento 5 stelle o al “nuovo luddismo” democratico dal sapore un po’ naif. Tra i grandi fruitori di V ci sono pure i neofascisti di Resistenza Nazionale, i catenari nazional populisti di Catena Umana Attorno al Parlamento Italiano e una serie infinita di micro esperimenti bruni.

Non vi bastava il 300 di Frank Miller?

Carica dei Che – (3) Che Nazi

Lo abbiamo presentato in versione verde Lega.
Abbiamo accennato all’amore che Casa Pound prova per le figure identitarie e come chiunque (anche tu che leggi) possa essere dipinto come tale. Mettiamo fine allo spettacolino organizzato attorno alla figura del rivoluzionario sottolineando due elementi fondanti questi ossimori immaginifici.
I gruppi nazifascisti del dopoguerra riprendono l’immagine del Che come ponte verso le lotte che vanno dalla generazione del ’68 fino ad oggi. Si tratta di presentare quel “differenzialismo” razzista (contro la società “multirazzista” e per la “difesa dei Popoli”) in veste postcolonialista, ammicando alle lotte d’emancipazione del Sud America sempre in un ottica “antimperialista”. Quel tipo di “imperialismo” dove gli U.S.A. rappresentano il tentacolare sistema di soggiogamento internazionale da parte della lobby giudaico-massonica.

L’evocazione di personaggi appartenenti all’opposizione dell’America Latina non muore certo con Che Guevara. Oggi più che mai sarebbe significativo concentrarsi sull’immagine del presidente venezuelano Hugo Chavez da parte della propaganda bruna.

Con questo triste saccheggio vogliamo denunciare ancora una volta le continue mietiture di uomini e donne.
Ne va della nostra immaginazione.